Fantasmi per le strade di Rio
Romanzo di esordio della giornalista e scrittrice Cecilia Giannetti, «Lugares que não conheço, pessoas que nunca vi», Agir 2008, ci introduce nella città “maravilhosa”, una Rio de Janeiro moderna che si muove al ritmo accelerato della vita delle grandi metropoli. Narra la storia di Cristina, una giovane e affermata cronista di una Tv di Rio, abbagliata dal proprio successo e dalle cose inutili eppure insostituibili di cui si circonda.
Figlia della classe benestante, Cristina, si muove in una società che punta tutto sull’affermazione e il confort, cose che alla giornalista non mancano nel suo lussuoso appartamento all’ultimo piano in uno dei quartieri più chic di Rio e con una carriera ben lanciata nel mondo dei media. Eppure accade l’imprevedibile e un episodio di violenza estrema, non tanto raro poi in una città pericolosa e contraddittoria come Rio, la coglie impreparata inserendola di colpo in un nuovo orizzonte in cui al reale si intersecano l’allucinazione e l’assurdo.
La lettura rituale di delitti e sequestri, sparizioni e traffici illeciti che ogni mattina riempiono i giornali della città con la quale Cristina inizia la giornata e che le serve per ridurre l’impatto emotivo al quale è sottoposta con il proprio lavoro di cronista, non basta per evitarle di piombare in una spirale allucinatoria quando diventa spettatrice dell’assassinio di un giovane ragazzo. Da questo punto in poi la narrazione diventa frammentaria, il lettore si perde tra lampi di memoria e allucinazioni vere e proprie con cui la protagonista tenta di ricostruire una realtà completamente sgretolata e dispersiva. Il confine tra vita e morte sembra essere definitivamente compromesso e la donna è perseguitata dai corpi mutilati di morti che si muovono in mezzo alla folla indifferente. Il lettore stesso si ritrova immerso e smarrito nello stato di amnesia e di fragilità in cui è caduta la donna dopo l’assassinio del giovane, e ripercorre con lei luoghi e situazioni estranei e stranianti, si aggira in una Rio surreale in cui la violenza la fa da padrona. È la rappresentazione di una società post-moderna lacerata dall’incomunicabilità e dalla criminalità in cui lo stato di giustizia sembra assente.
In una sorta di realismo esasperato, quasi apocalittico, la disgregazione, la confusione e l’angoscia di una generazione che tenta di controllare il caos e il vuoto sono elementi che entrano nella tessitura del testo attraverso una narrazione destrutturata, fatta di 31 capitoli in cui si susseguono immagini fulminee, disarticolate, che Cristina cerca di rimettere insieme come un collage per riscoprire il presente. La parola è l’unica chiave che la protagonista ha per addomesticare i propri mostri e la parola di Cecilia Giannetti è lacerante, ironica, frantumata, ridotta all’essenziale e tuttavia suggestiva. Una lingua che turba e mette il lettore al cospetto dei propri terrori, delle proprie angosce, di una irrimediabile fragilità.
(Silvia Marianecci)

