«Brasil, ame-o ou deixe-o!»
«Brasile: amalo o lascialo!». É questo il significato del principale e tutt’oggi popolarissimo slogan della dittatura militare brasiliana, che come noto fu al potere tra il 1964 e il 1985. Come ogni Governo autoritario, anche quello insediatosi a Brasília reputava fondamentale la propaganda di regime, volta a migliorare la propria immagine di fronte al popolo. E naturalmente a tutto ció si accompagnava un rigido controllo dei mezzi di comunicazione, e delle manifestazioni culturali, con annessa censura.
Da qui la grande attenzione nei confronti del futebol: non soltanto la vittoria della Seleção ai Mondiali messicani del 1970 fu usata a fini propagandistici, ma si consideró prioritario il controllo totale sulla Condederazione nazionale, né mancarono grottesche strumentalizzazioni del Campionato di calcio nazionale. In particolare alla fine degli Anni settanta si aumentó a dismisura il numero dei club partecipanti (nel 1979 si arrivó alla quota record di novantasei), al fine di ospitare nella massima categoria le squadre delle cittá ove cominciava a serpeggiare dissenso politico.
I cosiddetti anni neri della dittatura vengono in genere identificati con la presidenza del gaúcho d’origine italiana Emílio Garrastazu Médici, che governó il Paese tra il 1969 ed il 1974. Tra gli slogan piú curiosi ricordiamo anche Quem não vive para servir ao Brasil, não serve para viver no Brasil, che in italiano puó esser tradotto: Chi non vive per servire il Brasile, non serve per vivere in Brasile.
Ovviamente un ruolo centrale a fini propagandistici lo ebbe anche la musica: l’inno Pra frente Brasil, cantato ancora oggi, seppur con alcune varianti, divenne una sorta di pubblicitá della dittatura, mentre i meno giovani ricordano il brano Brasil eu te amo, commissionato da parte dei generali alla coppia di menestrelli formata da Dom e Ravel. Ci congediamo infine con un video d’epoca, conservato presso l’Archivio nazionale (An): risale al 1969 e racconta la cerimonia d’insediamento del succitato presidente Médici, con uno stile narrativo che tanto ricorda i filmati dell’Istituto Luce relativi al Ventennio, o i piú recenti reportage tetevisivi della televisione cubana.
(Francesco Giappichini)

