Letteraterre
Ricevo ieri una lettera dall’amico cearense Carlos Emilio Correa Lima dove, tra le altre cose, mi dice di essere stato invitato a una conferenza nella Facoltà di Lettere della UFMG, a Belo Horizonte, Minas Gerais, «ritenuta una delle migliori in tutto il Brasile. Pensa che lì è sorto un dipartimento interamente dedicato alla letteratura fatta dagli indios del Brasile. Proprio così, letteratura scritta dagli indios! Il Dipartimento è denominato Literaterras e ha già fatto pubblicare più di sessanta titoli di autori indigeni». E aggiunge anche il nome e l’indirizzo della coordinatrice del Dipartimento di Letteratura Indigena della Facoltà di Lettere della UFMG, Maria Inês de Almeida.
Nella mia testa si attivano immediatamente le rotelline che fanno scattare la curiosità, e la curiosità - che deve fare i conti con la mia totale ignoranza di una letteratura india, e il troppo lungo digiuno di una così importante componente della cultura brasiliana -, mi suggerisce che è giunta l’ora di colmare quel vuoto. La mano sulla tastiera fa il resto. Così parte la mail che forse mi aprirà a un dialogo ricco di suggestioni e di stimoli con colei che sembrerebbe essere la fautrice di questo progetto, volto a imprestare carta e inchiostro a una letteratura confinata nell’oralità delle lingue indigene.
Ma si sa che la curiosità non ha pazienza, e l’ignoranza non concede sconti, quindi inizio dal web la prima ricognizione sulle attività del gruppo di ricerca chiamato Literaterras, e trovo immediatamente notizie e testimonianze estremamente interessanti che voglio condividere con voi. Tanto per cominciare dal sito ufficiale del “gruppo di scrittura, lettura, traduzioni”, creato nel marzo del 2003 da alcuni professori e ricercatori universitari, apprendo che Literaterras sono « le terre del letterario e la loro cartografia, i litorali, i confini, i territori dell’immaginario. Sono queste mappe che intendiamo delineare: i loro solchi, le regioni di ciò che è già noto, popolare, tradizionale, e ancor più le frontiere ignote dove emergono altre lettere, con un taglio nuovo, trasversale».
Ne riassumo qui gli obiettivi:
«Tradurre e divulgare autori brasiliani in Francia, Italia e Messico, considerando l’esperienza poetica in una prospettiva globale, che includa i processi collettivi di produzione letteraria (ad esempio la produzione indigena del Brasile e del Messico).
- Stimolare la produzione congiunta di studi critici su autori brasiliani e su esperienze letterarie ancora non registrate (…)
- Pensare l’esperienza poetica da una prospettiva interdisciplinare.
- Pensare la traduzione come passaggio culturale e temporale, mettendo in risalto le questioni della resistenza e delle relazioni tra l’oralità e la scrittura.
- Promuovere, partendo da uno specifico sviluppo di teorie sulla base poetico-traduttoria delle relazioni interculturali, l’elaborazione di un Programma Istituzionale della UFMG per le Popolazioni Indigene (…)
- Organizzare un’antologia multilingue (lingua indigena, portoghese, francese, italiano, spagnolo) della letteratura indigena contemporanea in Brasile».
Dunque, un progetto che punta sull’interdisciplinarietà e soprattutto sull’interculturalità, in un tentativo di recupero della tradizione orale degli indios tramandata attraverso l’esperienza collettiva e ancora oggi veicolata unicamente dalle lingue indigene, con lo scopo di realizzare, attraverso la scrittura, la traduzione e l’edizione, un corpus di testi che sia fruibile a un pubblico di lettori ampio, e di porre le basi per il riconoscimento ufficiale di una vera e propria letteratura. In Italia pare che il progetto abbia trovato un sodalizio di cooperazione con il Centro Interdipartimentale di Studi sull’America Indigena dell’Universitá degli Studi di Siena, ma si affiancano anche l’Università Nova di Lisbona e la Pedagogica Nacional in Messico.
Sul sito del dipartimento Literaterras potrete trovare molti articoli interessanti dei vari ricercatori coinvolti nell’iniziativa, che attestano non solo gli intenti del progetto ma danno già un’idea dei risultati finora raggiunti.
Voglio però riportarvi qui la traduzione di alcuni brani tratti dall’articolo LetraTerra - uma nova poesia no Brasil? di Maria Inês de Almeida, che ci offre con un approccio tutt’altro che tecnico il racconto di un’esperienza di incontro.
«Letteratura è quello che facciamo con le lettere, fu la mia risposta spontanea alla domanda di Perankó Panará: “Professoressa, che cos’è la letteratura?”. Ma anch’io gli feci una domanda: “Cosa significa Perankó in portoghese?”. “Succo di miele”, rispose, e i suoi occhi sparsero tanto miele da emozionarmi. Quel ragazzo Panará, alto e forte, aspettava paziente le mie risposte e le mie indicazioni: scrivi questo, scrivi quell’altro, leggi, taglia, correggi, ripulisci, riscrivilo, disegna, racconta, vai…”
Quando arrivai nel villaggio Piaraçu, rimasi impressionata dalla fitta foresta della riserva indigena membengokré. Ma durante il volo, partito da Alta Floresta e durato più di un’ora, avevo già notato come i grandi pascoli, con i loro buoi che sembravano minuscoli vermi bianchi, screziavano quel verde in un modo tale che se ne sarebbe potuta ricavare un’immagine bella e sinistra per un libro di geografia. E poi i numerosi garimpos abbandonati – enormi crateri grigi –, un vero e proprio cancro che aveva afflitto gli infelici garimperos, ora partiti alla volta di altre foreste da distruggere in cerca di oro, unico alimento capace di saziare le loro anime.
Sorvolammo anche alcuni grandi agglomerati. Penso che quelle fila di case quadrate, con nomi somiglianti a sigle, Sinop, Colider, non possano essere definiti città. Alta Floresta rappresenta un’eccezione, anche se simile a molte altre… Mi ricordai che provengo da una famiglia di esploratori/colonizzatori, i Caetano de Almeida, abituati a imporre il loro spirito, a travolgere e distruggere tutto. Ebbi allora la prima intuizione di quello che avrei potuto proporre ai Kayapó (così chiamiamo i Menbengokré delle rive del Xingu): avremmo fondato uno spazio tutto nostro per la poesia. La scrittura trasforma, perché essa è il territorio sul quale l’uomo disegna il sogno.
La conoscenza che pretendiamo gli uni dagli altri, consiste nel lasciare che il pensiero vaghi fin a un punto in cui ancorare le nostre idee, sulla sponda di uno scoglio in alto mare. Lì mescoliamo frammenti che cercheremo di ricostituire affinché formino un mondo. La scrittura sarebbe il punto zero di quel mondo, nell’immaginazione.
(…)Dopo una settimana passata nel villaggio Piaraçu ebbi la certezza che valeva la pena continuare con i Kayapó (Membenkgokré, Panará e Tapayuna) quell’avventura di realizzare le loro letterature. E quando, durante la festa d’addio in mio onore, intonarono alcuni canti di guerra rappresentando combattimenti e scene di caccia, seppi che la loro poesia pulsava così intensamente per la scrittura che era come se avessero già iniziato a scrivere, e che c’era un’altra dimensione oltre quella verbale, visuale e sonora: la dimensione terrena. Ci divertimmo a pensare a una nuova poetica chiamata terriverbivocovisuale. Quello che ai ragazzi Kayapó piacque di più durante quella settimana, fu disegnare lettere con le forme delle cose. Dagli esercizi con le lettere, la lettura e la scrittura, cominciarono a nascere le loro “storie” e i loro “sogni”, che catalogai in due generi: il primo legato alla memoria dei vecchi (racconti orali); e il secondo all’immaginazione (risultato dello sguardo sul mondo). E in quel modo così naturale iniziarono a scrivere, come se stessero dando corpo a una prima ed esigua raccolta di testi.
Questa esperienza letteraria esemplifica una pratica già consolidata nei programmi di scolarizzazione dei villaggi indigeni, il cui risultato è una poesia che costituisce a tutti gli effetti un fatto storico, anzi meglio ancora, una letteratura. Ma la cosa più importante, per noi che viviamo questa esperienza, è scendere dall’aereo e andare verso quel gruppo di ragazzi forti e allegri che ci aprono le braccia e ci conducono in un’aula scolastica, desiderosi di fondare le loro lettera terre».
(Silvia Marianecci)

