B r a s i l i a n d o

Il Brasile giorno per giorno (Gruppo “Musibrasil”)

Siamo tutti meticci, grazie a Dio!

 

Marcelino Freire è uno che vive la vita correndo. Corre da una sessione di letture all’altra, da un festival di letteratura a una fiera di libri, da un chiosco dove attorno a qualche birra incontra i suoi amici scrittori alla tastiera del suo computer sulla quale scrive, scrive, scrive.

Scrive per il suo blog eraOdito (uno dei più seguiti in tutto il Brasile), scrive per riviste e giornali, compone racconti, organizza antologie, e torna a correre per le strade di Sao Paulo, per quelle di tutto il Brasile, e corre pure in Europa dove viene invitato a presenziare altre fiere, altri festival, e poi torna a correre, a incontrare altri amici, a scrivere altre cose e a bere ancora birre. E se vi capita di fare un salto sul suo blog  ve ne potrete rendere conto da soli: Marcelino Freire corre.

È forse è proprio questa sua ansia di muoversi, di abbracciare il mondo intero con il suo sguardo, di curiosare in ogni angolo, di fagocitare la vita il più possibile, che gli permette di fare della sua scrittura un’arte, l’arte della narrazione breve. Nei suoi racconti istantanei, fulminanti, schiaccianti, questo autore pernambucano, ma paulista di adozione, cattura il marasma della realtà moderna, urbana, contraddittoria, frenetica e meticcia che lo circonda. Parla di poveracci, di emarginati, di gente che vive di espedienti, e affronta temi forti come il razzismo, la diversità, l’omosessualita, il commercio di organi, lo sfruttamento. Marcelino Freire, però, non usa la scrittura come un manifesto ideologico: le sue sono incursioni  tra le gente, quella che incontra sui marciapiedi, nei bar, nelle periferie e che ritorna materializata nei suoi scritti come una cantilena, un grido a volte, o una musica rappata. Narrazioni intrise di un’oralità giocata tutta su i suoni, i modi di dire, il gergo popolare. E l’irrequieto scrittore nordestino domenica scorsa è stato chiamato a scrivere qualcosa sul tema del meticciato dal giornale «O Globo», insieme al compositore Jorge Mautner, qui citato nel nostro titolo con la frase di chiusura del suo Manifesto Amalgamista. 

Aveva già fatto parlare i negri, Freire, nel suo libro Contos negreiros che gli era pure valso il Premio Jabuti nel 2006. Un libro dove Marcelino scavava nel preconcetto, affrontava faccia a faccia l’ipocrisia borghese, il segregazionismo etnico, i sogni e i fallimenti degli invisibili - i morti-vivi, come lui li chiama. Lui, pernambucano con la pelle bianca come il latte, ha dimostrato di sapersi immergere in un mondo diviso e parlare la lingua degli altri, senza moralismi, accademismi, né tantomeno schieramenti politici. Senza avere la pretesa di indicarci una via d’uscita. Semplicemente sbattendo in faccia al lettore, con crudezza e crudeltà, il paradosso di una società multirazziale e razzista (tema di grande attualità anche per noi italiani).

E tra una corsa e l’altra anche stavolta Freire ha fatto centro, e se ancora non avete letto Contos Negreiros né tutte le altre raccolte di racconti che dal 2000 a oggi Marcelino viene pubblicando, vi invito a cominciare da Precisa-se, il testo pubblicato dal quotidiano «O Globo» e disponibile per tutti anche qui nel post del 26/05.

(Silvia Marianecci)

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