L’anno dei nippo-brasiliani

Dei cento anni dell’immigrazione giapponese in Brasile, ricorrenza caduta nel 2008, la rivista on-line “Musibrasil” si è occupata con anticipo, facendone uno dei temi di attualità già dell’edizione estiva 2007. Per poi concentrarsi su vicende storiche legate anche alle tradizioni culinarie nippo-brasiliane, oggetto degli approfondimenti pubblicati in maggio e in giugno di quest’anno. Mossi da interesse a lenta carburazione, come a volte accade, pure autorevoli medium generalisti hanno in seguito affrontato il tema dei discendenti di giapponesi in Brasile.
I più recenti pezzi sull’argomento sono quelli proposti da “La Repubblica delle donne“, inserto del sabato de “La Repubblica”, che nell’ultimo numero parla sia del fenomeno migratorio dal Giappone al Brasile dal punto di vista storico e sociale, che del ritorno alle origini, quindi alla patria dei propri avi, da parte di centinaia di migliaia di nippo-brasiliani (nella nostra foto, scena dal quartiere di Liberdade, a São Paulo). Vi presentiamo di seguito i due articoli appena apparsi sul magazine del gruppo editoriale “L’Espresso”.
- MIGRAZIONI A/R. Contemporanei. Integrati. E protagonisti. Sono i giapponesi di San Paolo. Brasiliani da una vita. Anzi, da un secolo.
LA LIBERTÀ DEI NIKKEIJIN di Gabriella Saba
All’uscita della linea blu della metropolitana un grande portale rosso accoglie i visitatori. I colori accendono questa storia fin dall’inizio, da questa fermata chiamata Liberdade. Il portale invece si chiama torii, è alto nove metri e riproduce la porta d’ingresso dei santuari shintoisti. Oltre, comincia Rua Galvão Buenole, che come le altre strade della zona è illuminata da file di lampioncini bianchi appesi a lunghi pali color fiamma. Davanti a negozi e ristoranti con le insegne in doppia lingua.
Brasiliano e giapponese, appunto. Perché San Paolo è la prima metropoli nipponica fuori dal Giappone, con i trecentomila abitanti del quartiere Liberdade, rappresentanza del milione e mezzo di oriundi giapponesi che vivono in Brasile. Ma Liberdade è diventato anche un esempio di integrazione etnica. Perché i brasiliani di origine giapponese (alcuni dei quali di quinta generazione) hanno finito per adattare le loro usanze ai ritmi della patria acquisita, mischiando le rispettive culture. Il risultato è una sorta di sincretismo, testimonianza del primo secolo dell’immigrazione nipponica in Brasile, che si celebra proprio quest’anno.
Esempi culinari, allora. Perché l’integrazione si può spiegare anche così: a San Paolo oggi il numero di ristoranti giapponesi ha superato quello delle churrascaria. Nonostante la cucina sia spesso assai lontana da quella tradizionale: c’è infatti chi condisce il sushi con il mango e spezie tropicali, chi realizza eccentriche versioni fusion aggiungendo al pesce crudo crema di formaggio e tabasco. E se la maggior parte dei ristoranti più raffinati si trova in altri quartieri, è a Liberdade che si incontra, non solo in cucina, l’anima giapponese più autentica. Oltre che personaggi come Kiyoshi Suzuki, ultraottantenne venditore di bacchette e altri oggetti di bambù, al mercato di Liberdade. Esempi e curiosità, dunque. Ché un sorriso gentile si apre nel viso coperto di rughe dell’anziano quando ci racconta il segreto della sua longevità: ogni mattina si pulisce infatti i denti con le apposite bacchette in bambù, usanza nipponica a cui non rinuncerebbe mai. Il suo “stand” è circondato da altre centinaia in cui i venditori offrono di tutto: dalle spezie giapponesi agli oggetti artigianali tipici come le kokeshi, bamboline in legno dipinte a mano. Qui i commercianti sono giapponesi ma il pubblico è misto perché la Feira Oriental, il mercato, aperto della domenica, è ormai una delle attrazioni di San Paolo. Eppure anche Liberdade è cambiata molto, con gli anni. Così come sono cambiati i nippo-brasiliani.
Il primo contingente di immigrati (per l’esattezza, erano 791) arrivò qui esattamente nel 1908, in fuga da un Giappone che allora era povero e non offriva lavoro. Brasile e Giappone avevano appena firmato un trattato di “Amicizia, Commercio e Navigazione” che agevolava gli scambi. I nikkeijin (giapponesi immigrati) finirono per stabilirsi nella Little Japan che poi divenne il barrio Liberdade: lì gli affitti costavano meno rispetto al resto della città e loro si adattavano ad abitare in scantinati che trasformavano in case.
Molti di quelli che arrivarono dopo aprirono piccole attività oppure iniziarono a lavorare in quelle già intraprese dai connazionali. Nello stesso quartiere. La seconda grande ondata migratoria risale invece ai primi anni Cinquanta. Fu in quel periodo che a Liberdade nacque il primo shopping center, un grande palazzo moderno con sagome orientali che sporgono da muri chiari, sotto tettoie rosse. Ancora colori, dunque. Negli anni Sessanta Liberdade iniziò invece a riempirsi di ristoranti e locali notturni, mentre nel decennio successivo si diffusero le insegne verticali bilingue fuori da negozi e sushi bar. Ad affermare la propria identità, rivendicando le origini e conquistando un ruolo nella nuova patria.
E adesso? I muri di molte strade sono coperti da grandi graffiti che rappresentano moderni guerrieri giap e personaggi dei fumetti. Accanto ai ristoranti tipici aprono i sempre più popolarissimi locali dedicati al karaoke. A frequentarli fino a tarda notte, oltre ai giapponesi, anche e soprattutto i coreani che da qualche tempo sono approdati nel quartiere. Ragazzi che parlano il brasiliano con l’accento paulistano e, quando ballano, non hanno nulla della rigidità dei loro omologhi in Giappone. Oppure in Corea, appunto. D’altro canto, le nuove generazioni nikkeijin sono ormai brasiliani a tutti gli effetti, anche per cultura. Al punto che una delle più interessanti interpreti di bossa nova, Lisa Ono, è nippo-brasiliana. Così come l’ex ministro delle Comunicazioni Luiz Gushiken e il calciatore Paulo Nagamura. Per conservare la memoria storica della comunità, la Sociedade Brasileira de Cultura Japonesa (Bunkyo-SP) ha fondato nel 1978 il Museo Storico dell’Immigrazione Giapponese, uno spazio da 1.300 metri quadrati che ospita documenti, oggetti e foto sui pionieri dell’immigrazione giapponese e sulle evoluzioni successive.
Un altro spazio dedicato è il Padiglione giapponese, nel Parque do Ibirapuera, edificio sospeso e affacciato sul lago, che ospita festival e spettacoli tradizionali. Ma l’appuntamento più importante della tradizione nipponica, il festival Tanabata Matsuri, non poteva non tenersi a Liberdade. Evento millenario, dal 1979 si svolge in Brasile: le strade del quartiere si riempiono di giapponesi di tutte le età che appendono agli alberi i loro tanzakus, fogliettini con le richieste rivolte agli dei. Tradizione, integrazione. E colori, nel futuro dei nikkeijin.
TUTTE LE LINGUE DI TOKYO di Stefania Viti
Nel 2007 i cittadini con passaporto brasiliano residenti in Giappone erano 316.976, il 14,7% degli stranieri nel Paese. Ovvero, la terza comunità dopo coreani e cinesi. Unito e omogeneo, questo gruppo è formato principalmente da nikkeijin brasiliani, discendenti di quei giapponesi che lasciarono il Giappone per cercare un futuro migliore in Brasile. Un fenomeno migratorio che da allora ha coinvolto circa un milione di giapponesi anche se “con la fine degli anni Ottanta questo flusso si è invertito e altrettanti nikkeijin brasiliani sono tornati in Giappone. Si tratta di un fenomeno forse unico nel panorama mondiale”, come scrive Simone Dalla Chiesa nella pubblicazione per il XXIII Convegno Aiustugia. Ma, dopo oltre vent’anni di migrazioni brasiliane verso il Giappone, il flusso sta rallentando. «La situazione economica di Tokyo è molto meno florida rispetto a vent’anni fa», ci spiega il professor Edson Urano del dipartimento di Studi luso-brasiliani dell’università Sophia di Tokyo, lui stesso nikkeijin brasiliano di terza generazione. L’immigrazione brasiliana in Giappone è cresciuta soprattutto dopo il 1990, in seguito all’approvazione da parte del governo giapponese della legge che permetteva ai nikkeijin fino alla terza generazione di entrare nel Paese con un visto di tre anni. Ma la situazione di quei lavoratori arrivati oltre vent’anni fa è diventata un paradigma della precarietà: anche a causa della mancanza di adeguate politiche di accoglienza si ritrovano ad avere 60 anni senza pensione in Giappone e tantomeno in Brasile. In passato una parte di nikkeijin brasiliani ha praticato il dakasegi (in brasiliano dekassegui) ovvero sono arrivati nel Paese del Sol Levante con l’idea di fermarsi solo per il tempo necessario utile a mettere da parte un po’ di soldi, poi però alcuni hanno prolungato il soggiorno grazie a lavori a tempo determinato.
Lavoro, pensione, istruzione: sono questi i temi più importanti per la comunità che non è riuscita a migliorare il proprio status sociale. Spesso i nikkeijin brasiliani sono impiegati come operai e manovali, tanto che i gruppi più consistenti si trovano nelle prefetture con un gran numero di fabbriche: Aichi, Shizuoka e Mie. Tra il 2006 e il 2007, la prefettura di Aichi, nella quale ha sede la Toyota, ha visto un incremento pari al 6% di presenze “brasiliane”, mentre la prefettura di Nagano ha registrato una diminuzione del 5%. Migrazione interna di migranti storici, verrebbe da dire. «Una mia amica che in Brasile era avvocato si è trasferita in Giappone per seguire suo marito che è un nikkeijin», ci racconta Pureza, ragazza brasiliana che vive a Tokyo da 16 anni. «Nessuno dei due parla giapponese ed entrambi lavorano in fabbrica come operai». Il giapponese di Pureza è discreto, ma lavora come cameriera nella stessa catena di ristoranti da dieci anni. «È difficile trovare un buon impiego, per noi. Ho anche pensato di tornare in Brasile, dove è rimasta mia madre, ma mia figlia è cresciuta qui e si sente giapponese». La mancanza di politiche di integrazione adeguate causa problemi anche tra i giovani, specialmente gli adolescenti. «Molti abbandonano la scuola, spesso perché devono lavorare per aiutare le loro famiglie, altri incontrano problemi di delinquenza», rivela Fatima Kamata, direttore di International Press, il settimanale della comunità sudamericana in Giappone pubblicato in portoghese e spagnolo.
Problemi politici, dunque. «Nel 1990 è cambiata la legge ed è stato come se qualcuno avesse aperto il rubinetto senza che ci fosse il lavandino», commenta il professor Urano. Ci sono famiglie in cui i genitori non parlano giapponese neanche dopo dieci anni di permanenza e che hanno magari figli nati e cresciuti in Giappone, i quali parlano come prima lingua il giapponese. L’integrazione, vista da Tokyo, rimane un problema ancora aperto. -
(A. Forni)

