Brasiliani, che spreconi!
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Il Brasile butta nell’immondizia quasi ventisette milioni di tonnellate di cibo all’anno, equivalenti a circa il quaranta per cento degli alimenti prodotti, e a dodici miliardi di real. La notizia viene rilanciata quasi ogni anno, dopo che i vari istituti di ricerca forniscono un dato che ormai non sorprende piú, e che regolarmente colloca il Paese verdeoro non distante dagli Stati Uniti, il Paese delle spreco, non solo alimentare.
In questa sede non vogliamo ricordare che ci sono ancora quattordici milioni di brasiliani che soffrono di un grave deficit alimentare, ma semmai elencare - pur sinteticamente - le cause d’un fenomeno che, almeno nei grandi centri urbani, assume proporzioni tali da colpire anche gli osservatori provenienti dal cosiddetto mondo sviluppato.
SÃ, perché passeggiando nelle metropoli verdeoro, l’impressione – sia nei quartieri piú ricchi, sia nei popolari, sia nei tipici mercati dei centri storici – é quella d’una grande disponibilitá di cibo, oltretutto a prezzi assolutamente abbordabili. Cibo che inevitabilmente – in buona parte – viene buttato via.
E questa nostra impressione é suffragata da dati concreti: nei Paesi europei – tanto per fare un esempio – si butta via “solo” il dieci per cento della produzione. Per gli ortaggi la situazione é anche piú allarmante, poiché ogni brasiliano ne butta via trentasette chili all’anno, contro i trentacinque che consuma.
(Con i pomodori a sfiorare addirittura la soglia del sessanta per cento dello spreco: solo il restante quaranta verrebbe effettivamente consumato). Quali le cause? A parte le difficoltá nella distribuzione, che renderebbero troppo costoso l’invio del cibo nelle regioni piú in difficoltá, c’é l’annoso problema tutto brasiliano d’aver adottato – in una fase di sviluppo economico ancora incompleto – delle rigide norme igienico-sanitarie, tipiche invero di realtá economiche post-industriali.
Secondo il medico Eneo Alves Silva Júnior, le maggiori responsabilitá sarebbero cosà da attribuire ad una legge federale penale, che colpisce esclusivamente e duramente il donante, nel caso che gli alimenti donati vengano giudicati impropri per il consumo. Egli propone dunque una distinzione tra avanzi ed eccedenza, che nei fatti faciliti la donazione di quanto non é neppure uscito dalle cucine dei ristoranti.
Ma ad oggi, per evitare ogni tipo di conseguenza legale, chi avrebbe la disponibilitá del cibo per risolvere il problema della fame in Brasile, preferisce gettare tutto tra i rifiuti. Infine, secondo molti esperti, non possono essere trascurate le abitudini degli stessi consumatori, che giá al supermercato sono soliti riempire il carrello d’una quantitá di alimenti eccedenti le effettive necessitá familiari.
(Francesco Giappichini)

