Italia-Brasile e ritorno, ecco il “cine-panetone”

No, non è un errore di ortografia. In portoghese “panettone” si usa scriverlo con una sola “t”, particolarità di cui il nostro blog aveva parlato tempo fa. E visto che la strenna cinematografica italiana di fine anno avrà per tema il Brasile, ci siamo adeguati. Atteso da grandi e piccini, il filmone nazional-popolare di turno targato Filmauro si chiamerà “Natale a Rio” e avrà per protagonista, come al solito, il veterano Christian de Sica, da un po’ di tempo orfano di Massimo Boldi ma affiancato dall’avvenente Michelle Hunziker (nella foto, i due con gli altri interpreti Fabio de Luigi, a sinistra e Massimo Ghini, a destra). L’imperdibile appuntamento, presentato alla stampa nei giorni scorsi, è per il prossimo 19 dicembre.
Nel cast non compaiono attori brasiliani, ovviamente. Il Brasile, altrettanto chiaramente, sarà solo un pretesto per riproporre gag in fotocopia, situazioni classiche e luoghi comuni tipici di queste produzioni: lui, lei, le corna, i figli adolescenti che si cacciano nei guai, battute di grana grossa, bugie ed equivoci. Oltre, questa volta, a mulatte, futebol e favelas sullo sfondo di Copacabana, del Corcovado e di altri paradisiaci scenari carioca. La trama scontata e lo stile di maniera di questo tipo di pellicole derivano dalla commedia all’italiana di serie B degli anni 70 e 80, oggi considerata di culto. Suo omologo brasiliano era la “pornochanchada”, genere soft-core condito di umorismo ingenuo e popolare.
De Sica dichiara che «io e Massimo Ghini siamo due Don Quijote, tra noi c’è una bella alchimia». Gli fa eco il collega: «Con Christian rappresentiamo i due volti contrapposti dell’Italia e professionalmente siamo due solisti che condividono lo stesso spartito». De Luigi fa sapere che «quest’anno mi diverte essere un comico che cerca di conquistare una ragazza, mentre per tradizione il comico è asessuato, un cartoon». La Hunziker si dice esausta e soddisfatta: «”Natale a Rio” per me è stata una sfida». Al di là delle dichiarazioni di prammatica, il pubblico sa esattamente cosa aspettarsi. Così come lo sa la produzione, che già pregusta fiumi di denaro. Lo scorso anno, “Natale in crociera“ incassò 27 milioni di euro da 5 milioni e mezzo di spettatori, risultando il numero uno tra i circa 350 film usciti nelle sale italiane.
Gli insulsi film di cassetta degli anni 70 e 80 avevano una dignità . Trent’anni fa, Bombolo e Alvaro Vitali mica te li spacciavano per Totò e Peppino, Steno non lo accostavano a Rossellini. Nelle pellicole di quel periodo cinematograficamente depresso, che costavano quattro soldi, così come negli odierni cine-panettoni milionari, si esponevano culi e tette, ci si burlava della diversità , si derideva la menomazione fisica, ci si spanciava con rutti, parolacce e doppi sensi. La differenza è che oggi la mediocrità è levigata, griffata, sdoganata, diffusa e accettata. L’Italia di Pierino era ruspante e rappresentava una valvola di sfogo. Becera e grossolana, certamente, ma pur sempre un’evasione. Quella dei cine-panettoni è modaiola e cafona, dando l’impressione di costituire per alcuni un modello.
Era da almeno una decina d’anni che questo tipo di cinema italiano non si occupava di Brasile in grande stile. Forse dai tempi de “Il barbiere di Rio” con Diego Abatantuono, passato agli annali della cinematografia per la battuta «qui si cade dalla favela nella brace». Se proprio volessimo trovare un lato positivo alla faccenda, potremmo pensare a una possibile rimonta dell’interesse per la “cultura” verdeoro, da parte del pubblico generalista, ammesso che questo sia un bene.
Zio belo! Vuoi vedere che il Brasile torna di moda e tutti ricominciano a fare “ao, ao”?
(A. Forni)

