Il nostro uomo a Rio e a Caracas
Evangelici in Brasile? Tema impegnativo, controverso, ne hanno parlato in tanti, ne ho parlato anch’io, più volte. Ne ha parlato anche Piero Armenti sul portale “Notizie da Caracas”. E al riguardo ha detto cose intelligenti. Ha forse espresso – con alcune imprecisioni, che però non fanno che esaltare l’autenticità di quanto pubblicato – la vera ragione del successo delle confessioni neopentecostali in Brasile.
Molti, purtroppo troppi, hanno scritto su questo tema tanto per fare, senza conoscere, neppure da lontano, la realtà brasiliana. Si capisce invece che Armenti non scrive per sentito dire, ma conosce veramente – a pelle, che è quello che conta – la realtà sudamericana. Si capisce che ha messo i piedi nel fango, come dice il presidente Lula Inácio Lula da Silva quando si tratta di criticare i funzionari svizzeri (che invece non ce li hanno messi), che attaccano l’etanolo da canna, senza tenere in considerazione le dimensioni di quella cosa chiamata Brasile.
Si capisce che ha vissuto il lezzo e sentito la puzza, come dico io. Armenti è un punto di riferimento importante per chi voglia conoscere l’aria che si respira in Venezuela, perché, da quanto abbiamo letto, non fa né il giornalismo delle marchette, né è schiavo di fazioni ideologiche che possano impedirgli di descrivere la realtà secondo l’umore con cui si sveglia al mattino.
Nelle ultime settimane da Caracas si è spostato a Rio, da cui ci ha parlato della picanha brasiliana, e di quanto sia più buona delle “fettine” rinsecchite che si mangiano in Italia, del mito della discoteca Help e degli effetti della lei seca, della differenza tra la capitale venezuelana e la megalopoli carioca.
Ha accennato alla nascente classe media brasiliana figlia del boom, al concerto di un rapper statunitense nelle Rocinha, alla probabile necessità del visto (per i cittadini brasiliani) per andare in Gran Bretagna, al fenomeno Andressa Soares, quella di “Playboy”, allo scandalo che nel 2005 produsse e provocò l’allora sindaco di Catania, Umberto Scapagnini.
Insomma un ottimo lavoro, per chi ha presentato il proprio progetto annunciando: «Proverò a scrivere qualcosina da qui, che non siano cose scontate tipo la spiaggia di Copacabana, la bossa nova, “garota de ipanema”. Il mio è un ritorno, a distanza di un anno e mezzo.
Una cosa già ve l’anticipo, se cercate un posto economico dove stare, non è questo. Il real vola via e non te ne accorgi». V’invitiamo infine a leggere l’articolo dedicato agli evangelici.
«Le chiese evangeliche il Brasile del dolore
Gli evangelici mi invadono. Entrano dal televisore, li vedo vicino casa, non riesco a liberarmene. Ogni tre canali televisivi un pastore, una platea festosa. Quando si dice “fenomeno di massa” voi pensate a Vasco Rossi, io a loro. Tempo fa vidi una bambina di sei anni predicare, con la forza di un uragano (che Lorenzo” si sia ispirato a lei per “a te”).
Mi ha terrorizzato. Comunque dinanzi a ciò che spaventa, vale la pena reagire. E così ho iniziato a domandare in giro a cosa si deve il successo degli evangelici, tema già parecchio abusato. Questa è l’idea che mi sono fatto: hanno presa su settori poveri della popolazione, o comunque su gente con parecchi problemi (o uno molto grande).
Cioè, normalmente si getterebbero dalla finestra, e invece no. Si rifugiano nel rito (spettacolo) religioso, trovano lì la propria “ragione”. Ora c’è da chiedersi perché sottraggono tre milioni di fedeli all’anno ai cattolici. Un’emorragia consistente, per una chiesa che in America ha fatto storia, storia dell’arte e anche geografia.
Io un’idea ce l’ho. E ve la dico. 1) il rito partecipato, cantato, strillato contiene tutti gli elementi “adrenalinici” della spettacolarizzazione. Quindi i loro spettacoli coinvolgono, sfrenano, liberano il corpo dal corpo. Alla fine ti senti bene, è una terapia (per un mondo malato, verrebbe da dire concedendomi alle banalità).
Meglio comunque che andare ad una messa cattolica noiosissima, inutile e autoreferenziale, nel senso che i tempi cambiano la Chiesa cattolica no. 2) Gli evangelici non rigettano la figura di Cristo, quindi evitano uno strappo che sarebbe troppo forte rispetto alla cultura tradizionale popolare.
Un colpo di genio, praticamente. 3) Forti di un trend in crescita, i “padroni evangelici” aggrediscono gli spazi mediatici. Inutile sottolineare l’effetto moltiplicatore! 4) Questi riti spingono a una partecipazione costante, continua. E’ qui secondo me la differenza più netta con la chiesa cattolica.
Su questo mi soffermo un attimo. La chiesa cattolica è una chiesa oramai di classe media. Interpreta perfettamente l’individualismo neoborghese e quindi più di tanto non obbliga “l’individuo” a partecipare. Bastano tre messe all’anno, e tutti possono dirsi cattolici. Per chi invece cerca di aggrapparsi a qualcosa, la partecipazione diventa l’obiettivo principale della “militanza”religiosa.
Se la chiesa è rifugio, voi nel rifugio ci volete stare. Volete vi accompagni, e sia presente. Un rifugio appunto, ci state dentro e vi sentite tranquilli. I poveri vogliono una “iglesia” presente, che li coinvolga, non il rito asciutto e millenario di un cattolicesimo che esprime oramai altri bisogni.
Per questo le confessioni evangeliche (da non confondere con protestanti, vi prego!) assomigliano a una chiesa delle origini che si origina continuamente, moltiplicando gli adepti. Insegue il proprio obiettivo: tu che soffri».
(Francesco Giappichini).

