Brasile, un boom a nove colonne

Sono temi noti ai lettori più assidui di “Musibrasil”, che ne scrive da tempo. Ma quando ad occuparsi dello sviluppo dell’industria multinazionale brasiliana e del felice momento dell’economia verdeoro è il più diffuso quotidiano italiano, l’attenzione è d’obbligo. “Il Corriere della sera” ha dedicato qualche giorno fa al fenomeno-Brasile due pagine centrali della propria edizione cartacea, con dovizia di dati e tabelle, coronati dall’immagine di un Lula (nella foto) disteso e sorridente.
Il pezzo di Edoardo Segantini, redattore capo del supplemento “Corriere economia”, forse non aveva la pretesa di essere un’inchiesta onnicomprensiva, ma ci è parso sufficientemente completo. Ovviamente, nello stile rigororoso, preciso e un po’ asettico del “Corriere”, che già nei giorni precedenti il vertice Fao di Roma aveva parlato di «miracolo» riferendosi alla lunga serie storica di crescita del prodotto interno lordo brasiliano, a valori superiori al 7 per cento annuo.
A chi fosse sfuggito, proponiamo di seguito un riassunto per il web del reportage.
- Multinazionali alla brasiliana
Formula inedita per le grandi società . Successo economico e attenzione sociale
I Paesi a crescita rapida come il Brasile non sono più soltanto aree convenienti per le multinazionali europee e americane in cerca di manodopera meno cara e di nuovi mercati. Ma stanno diventando la culla di una nuova generazione di aziende globali altrettanto aggressive, capaci di espandersi all’ estero e di competere con i concorrenti dei Paesi sviluppati. Qualcuno riassume così: finita la globalizzazione, inizia la globalità . Un viaggio tra le nuove imprese internazionali brasiliane fa capire quanto siano diverse sia rispetto ai big occidentali sia rispetto alle nuove tigri asiatiche. Insomma, ecco la formula brasiliana per vincere il mondiale del business.
Partiamo da Vale: a noi italiani il nome dice poco, ma gestisce buona parte della strepitosa ricchezza naturale del Paese. E’ uno dei pezzi forti della controffensiva brasiliana. Primo produttore mondiale di ferro, seconda compagnia mineraria diversificata per capitalizzazione di Borsa (circa 120 miliardi di euro), esportatore privato numero uno, è una potenza che gestisce miniere, ferrovie, strade, porti e ha 152 mila dipendenti in tutto il mondo. «Nel nostro campo - dice Marco Dalpozzo, manager italiano con un passato in multinazionali come Unilever - non basta saper trovare le risorse, bisogna anche renderle disponibili nei tempi più rapidi sui cinque continenti. Il che significa un esercito di uomini, tecnologie, logistica».
Dal boom delle materie prime deriva il successo di Braskem, prima azienda petrolchimica sudamericana, anch’ essa avvantaggiata dal grande mercato domestico di 190 milioni di persone. «La chimica - dice il vicepresidente Roberto Ramos - è sempre più nelle mani di chi possiede le risorse naturali, un processo che riduce il potere delle ex Sette Sorelle occidentali. Al punto da rendere realistico il nostro obiettivo di salire tra i primi dieci nella classifica mondiale, guidata da Exxon Mobil e Dow». Le risorse naturali di certo sono un fattore decisivo di successo. E le recenti scoperte di giacimenti petroliferi al largo della costa atlantica contribuiscono all’ ottimismo del presidente Lula, che prevede altri dieci anni di crescita intorno al 5%.
Ma le nuove multinazionali carioca non sono solo le figlie del dio maggiore che abita nel sottosuolo. Embraer, per esempio, la sua fortuna l’ ha trovata nell’ aria. Il volo del terzo produttore aeronautico mondiale dopo Boeing e Airbus è stato vertiginoso: in 14 anni l’ azienda è passata da 3 mila a 24 mila dipendenti tra Brasile, Stati Uniti, Cina e Portogallo. Oggi fattura 4,5 miliardi di euro, ha un portafoglio di ordini per 23 miliardi ed esporta il 96% dei suoi jet. Il suo vantaggio non è la tecnologia, che anzi è meno pregiata di quella degli avversari, ma la velocità : «Produciamo in tempi due o tre volte inferiori a quelli dei nostri concorrenti», dice il vicepresidente Satoshi Yokota, che non a caso è di origine giapponese. E in effetti, visitando la linea di assemblaggio, si possono contare la bellezza di sei aerei a diversi stadi di allestimento. Un po’ stile Toyota, appunto.
Il Brasile è un Paese dove il 60% della popolazione può essere considerato povero secondo criteri occidentali, ma relativamente ricco se paragonato alla Cina (2.600 contro 900 euro pro capite nel 2005). Diversamente da Cina e India inoltre ha un passato di forte crescita economica tra il 1950 e il 1980 (+7% l’ anno) e poi d’ inflazione galoppante fino alla metà degli anni ‘ 90. Un Paese che dal 2004 cresce del 4,5% l’ anno e dove sta nascendo una classe media che può permettersi l’ appartamentino in affitto, l’ utilitaria e qualche acquisto. Per esempio una crema o un profumo.
Nasce da qui il successo di Natura - 1,6 miliardi di fatturato e il 28% di utili - un’ azienda di cosmetici che punta sul fascino ecologico-esotico delle essenze amazzoniche. Natura utilizza una rete di 700 mila consulenti (venditrici porta a porta pagate col 30% di provvigione), ha un catalogo di 800 prodotti e fa concorrenza alla statunitense Avon, la più grande azienda mondiale di vendite dirette. «Stiamo crescendo molto anche se - ammette Pedro Villares, un passato in Ibm e General Electric - parzialmente aiutati da esenzioni fiscali a favore dei produttori locali. Ma sul mercato americano, dove stiamo per sbarcare in concorrenza con Avon e altri big, certo non ci aiuterà nessuno».
Vale, Braskem, Embraer e Natura sono esemplari di questa nuova razza di campioni brasiliani di taglia internazionale. «Tra il 2004 e il 2006 - dice Marcus Aguiar del Boston Consulting Group - le aziende globali hanno visto crescere il proprio fatturato del 31% contro l’ 11% delle maggiori aziende americane raccolte nell’ indice S&P 500». Ma accanto a loro - soprattutto nell’ area più sviluppata tra San Paolo e Rio - sta nascendo un altro tipo di «campioncini»: sono aziende superdinamiche locali, non ancora internazionalizzate ma già capaci di competere con le consociate brasiliane delle multinazionali estere.
Un esempio è Totus, che lavora nell’ informatica aziendale in concorrenza coi big come l’ americana Oracle e la tedesca Sap: Euromoney l’ ha definita l’ azienda meglio gestita del Sudamerica. Tremila dipendenti, 250 milioni di euro di fatturato con il 22% di utile, Totus è cresciuta di quattro volte dal 2003 a oggi. Il manager Claudio Bessa - padre italiano, madre brasiliana, antenati africani e portoghesi - così spiega il suo successo: «Le piccole aziende brasiliane nostre clienti sono come me che ho cognome italiano e pelle scura: cocktail di genetica, storie ed esigenze cui bisogna saper offrire soluzioni personalizzate. Questo presuppone una capacità di ascolto che forse altri, più standardizzati, non hanno».
Totus e gli altri campioncini sono una peculiarità del Brasile anche rispetto alle neo-potenze Russia, India e Cina (i Paesi che col Brasile formano il supergruppo dei «Bric»). Sempre considerando il periodo 2004-2006, crescono in fatturato più dei campioni (+51% contro il +10% di S&P 500) e soprattutto in redditività (+20% contro +14% secondo dati Bcg). «La loro forza - commenta Aguiar - è quella di offrire i prodotti e i servizi giusti inventandosi modelli di business veramente innovativi. Il costo del lavoro, in crescita insieme al tenore di vita, è sempre meno decisivo ai fini del successo».
L’ altra peculiarità brasiliana è l’ attenzione delle aziende agli aspetti ambientali e sociali. E’ il caso di Vale, che ha destinato 180 milioni di euro a investimenti sociali. O di Natura, che nella foresta amazzonica coltiva erbe per i suoi cosmetici in collaborazione con le popolazioni native. Sensibilità autentica o marketing del buon cuore? «Il rilievo dato alla responsabilità sociale e ambientale - dice Aguiar - è autentico, non strumentale, ma finisce per avere un effetto positivo anche sull’ immagine delle aziende, le quali si liberano da quel marchio di multinazionali cattive che oggi è prerogativa cinese».
Se così fosse vorrebbe dire che dal Brasile sta arrivando qualcosa di veramente nuovo: la multinazionale responsabile. -
(A. Forni)

