Mamma, mi si è ristretto il Brasile
Uno dei timori più inveterati – sono quasi tentato di usare il termine “ancestrali”, che è inappropriato, ma rende bene l’idea – dei brasiliani, riguarda l’idea che i gringo, ovviamente sotto la guida degli Stati Uniti, siano intenzionati a sottrar loro la regione amazzonica (e non solo quella).
Invero l’aspetto più interessante è che questa idea cova soprattutto presso i settori ultranazionalisti – la destra tradizionale – mentre è vissuto con molti più distinguo a sinistra. Un po’ il contrario, se ci pensiamo bene, della percezione che può aversi in Europa, ove sono invece i movimenti sociali, nelle loro crociate antiyankee, a paventare gli scenari su annunciati.
Infatti, in Brasile il timore della denazionalizzazione, dell’internazionalizzazione amazzonica, è spesso usato come argomento da chi giudica eccessivamente ampie le riserve indigene, specie quelle alla frontiera. E più in generale da chi cerca di contrastare l’idea che l’Amazzonia possa essere trattata come un santuario ecologico.
Lo stesso spam che circola dal 2000, e che ultimamente lo sta facendo con rinnovato vigore (da esso abbiamo tratto la cartina sopra riportata), secondo i soliti bene informati avrebbe avuto origine proprio dagli ambienti politici più nazionalisti. Si tratta invero di una bufala colossale, in cui si riporta – in un inglese ultramaccheronico, redatto quasi certamente da un brasiliano – un brano di un inesistente testo scolastico statunitense di geografia, che descrive l’Amazzonia come soggetta a una sorta di protettorato internazionale denominato Finraf (Former international reserve of the amazon forest).
Più sotto rimandiamo infine alla lettura dell’arcinoto discorso pronunciato dall’ex candidato alla presidenza della Repubblica Cristovam Buarque, in occasione di una conferenza tenuta in un’università statunitense nel novembre 2000. (Nello specifico risponde a una domanda di uno studente su questa tema, seguita dalla puntualizzazione: «Spero di ricevere da lei una risposta da umanista, non da brasiliano», ndr).
L’intervento dell’ex governatore del Distretto federale – a questo link in lingua portoghese – ha avuto una diffusione capillare nella Rete, assumendo anch’esso la forma dello spam, o della cosiddetta «catena di sant’Antonio», e arrivando a essere considerato una bufala.
«In effetti, in quanto brasiliano, mi ribellerei contro l’internazionalizzazione dell’Amazzonia. Nonostante la mancanza di attenzione dei nostri governi nei confronti di questo patrimonio, esso è nostro. In quanto umanista, cosciente del rischio di degrado ambientale che soffre l’Amazzonia, posso anche concepire che venga internazionalizzata, come dovrebbe avvenire per tutto quello che è importante per l’umanità.
Se, in nome di un’etica umanista, dovessimo internazionalizzare l’Amazzonia, allora dovremmo internazionalizzare anche le riserve petrolifere del mondo intero. Il petrolio è importante per il benessere dell’umanità almeno quanto l’Amazzonia lo è per il nostro futuro.
E nonostante ciò, i padroni dei giacimenti petroliferi ritengono di avere il diritto sia di aumentare o di ridurre l’estrazione di petrolio, sia di aumentarne o ridurne il prezzo. Allo stesso modo, bisognerebbe internazionalizzare il capitale finanziario dei paesi ricchi. Se l’Amazzonia è una riserva per tutti gli uomini, essa non può essere bruciata per volontà del suo proprietario o di un paese.
Bruciare l’Amazzonia è grave come la disoccupazione provocata dalle decisioni arbitrarie degli speculatori dell’economia globale. Noi non possiamo lasciare che le riserve finanziarie brucino dei paesi interi per il piacere della speculazione. Prima dell’internazionalizzazione dell’Amazzonia, mi piacerebbe però assistere a quella di tutti i grandi musei del mondo.
Il Louvre non deve appartenere alla sola Francia. Ogni museo è custode dei più importanti capolavori prodotti dal genio umano. Non si può lasciare che questo patrimonio culturale, al pari del patrimonio naturale dell’Amazzonia, sia manipolato e distrutto seguendo la fantasia di un solo proprietario o di un solo paese.
Qualche tempo fa, un milionario giapponese ha deciso che seppellirà con sé il quadro di un grande artista. Prima che ciò succeda, si dovrebbe internazionalizzare questo quadro. Mentre ha luogo questo dibattito, le Nazioni Unite organizzano il Forum del Millennio, ma i presidenti di alcuni paesi non hanno potuto partecipare a causa delle difficoltà alle frontiere con gli Stati Uniti.
Io credo quindi che New York, sede delle Nazioni Unite, dovrebbe essere internazionalizzata. Perlomeno Manhattan dovrebbe appartenere a tutta l’umanità, come per il resto anche Parigi, Venezia, Roma, Londra, Rio de Janeiro, Brasilia o Recife.
Ciascuna di queste città, con la sua bellezza particolare e il suo pezzo di storia del mondo, dovrebbe appartenere al mondo intero. Se gli Stati Uniti vogliono internazionalizzare l’Amazzonia a causa del rischio che si corre a lasciarla nelle mani dei brasiliani, allora internazionalizziamo anche l’arsenale nucleare degli Stati Uniti, in grado di provocare una distruzione mille volte più grande dei peggiori incendi delle foreste brasiliane.
Nel corso dei loro dibattiti, i candidati alla presidenza degli Stati Uniti hanno sostenuto l’idea di un’internazionalizzazione delle riserve forestali del mondo in cambio della cancellazione del debito estero. Cominciamo invece utilizzando questo debito per assicurarci che tutti i bambini del mondo abbiano la possibilità di mangiare e di andare a scuola.
Internazionalizziamo i bambini trattandoli, dal momento in cui nascono, come un patrimonio che merita l’attenzione del mondo intero. Più dell’Amazzonia. Se i governanti del mondo trattassero i bambini poveri del mondo come un Patrimonio dell’Umanità, allora non li lascerebbero più lavorare invece di andare a scuola; non li lascerebbero più morire invece di vivere.
In quanto umanista, io accetto di difendere l’idea di un’internazionalizzazione del mondo. Ma fintanto che il mondo mi tratterà come un brasiliano, io lotterò perché l’Amazzonia resti nostra. E nostra soltanto!».
(Francesco Giappichini).

