Il Brasile che fa a botte/1
Alla fine dello scorso anno, durante un soggiorno nella capitale del Caerà, ho conosciuto Wágner da Conceição Martins (nella foto in alto), in arte Zuluzinho, uno tra gli uomini più forti, non solo del Brasile, ma del mondo intero. Mi trovavo nell’internet point dell’Hotel Avenida Praia, che per mia fortuna rimane in funzione ventiquattro ore al giorno, quando sono entrati Zuluzinho, ed altri lottatori della sua squadra di vale tudo.
Due metri per centottantacinque chilogrammi, fisico ed espressione da lottatore, ha lasciato esterrefatti sia il sottoscritto, che gli altri avventori del locale. Dopo aver risposto molto esaurientemente alle sue richieste di aiuto di tipo informatico, e avendo terminato i miei impegni – risparmio la battuta sulla miracolosa resistenza della tastiera – mi sono precitato dal portiere dell’albergo, per chiedere informazioni sul mastodontico ospite.
Quello mi mostra un articolo dedicato a lui, pubblicato sul quotidiano di Fortaleza “Diario do Nordeste”, che mi ha aperto le porte su un aspetto della cultura brasiliana, che sino ad allora, per mia colpa, avevo trascurato. Del fenomeno ha di recente trattato anche Paolo Manzo su “Panorama”, tuttavia il pezzo Vale tudo, lotta illegale e senza regole affronta il risvolto clandestino ed irregolare del fenomeno, che invero non è l’unico.
Il vale tudo, nato in Brasile negli anni venti del secolo scorso come combattimento in cui i lottatori possono utilizzare arti marziali diverse, ebbe in pochi decenni successo anche al di fuori dei confini nazionali: negli Stati Uniti e in Giappone innanzitutto, ma anche altrove, basti pensare che tornei del genere vengono organizzati anche in Italia.
A influenzare questo sport da combattimento fu un’altra disciplina di lotta nata in Brasile, i cui appassionati sono in continuo aumento anche nel Belpaese: ben presto ci si accorse, infatti, che chi aveva maggiori chance negli incontri di valetudo conosceva bene i fondamentali del jiu jitsu brasiliano (da non confondere col jiu jitsu nipponico, da cui tuttavia quello trae le proprie origini, ndr).
E qui dovremmo aprire una parentesi da dedicare alla mitica famiglia Gracie e ai suoi capostipiti Carlos e Hélio: non solo creatori del vale tudo e del jiu jitsu brasiliano, ma capaci di diffonderli negli Usa, trasformandoli in un impero economico, fatto di palestre, incontri ed organizzazione di tornei.
E come ogni dinastia che si rispetti non potevano mancare gli aspetti più tragici, ben sintetizzati dalla breve e tumultuosa vita di Ryan Gracie, più volte campione del mondo, e più volte fermato dalla polizia per fatti di droga e risse di vario genere.
(Francesco Giappichini).

