É «boicottaggio», parola di Fabio Porta
Oggi vi invitiamo alla lettura di un pezzo apparso pochi giorni fa sul portale Oriundi, periodico (o meglio uno dei periodici) della comunitá italiana ed italo-brasiliana nel maggior Paese sudamericano. L’autore é il sociologo Fabio Porta (nella foto in alto), coordinatore dell’Unione italiani nel mondo - sudamerica, vicepresidente del Comites di San Paolo, nonché coordinatore generale in Brasile della Uil (Unione Italiana del lavoro).
E – aggiungiamo noi – anche neocollaboratore del nostro portale Musibrasil. (Il suo articolo Venti anni di Uil in Brasile potete leggerlo al seguente link, ndr). Il contributo cui abbiamo fatto cenno fa riferimento al boicottaggio commerciale che l’Unione europea sta da alcuni mesi attuando nei confronti del Paese verdeoro; e non si tratta solo della cosiddetta «guerra della carne», di cui si sta parlando moltissimo, ma anche e soprattutto della questione dei biocombustibili.
La Commissione vorrebbe infatti rivedere, ovviamente al ribasso, l’obiettivo secondo cui, entro il 2020, un’auto europea su dieci dovrá esser mossa ad etanolo, di cui il Brasile é uno dei massimi produttori mondiali. E pare che dietro le esigenze di preservazione dell’ambiente vi siano ben diverse ragioni economiche.
A seguire l’articolo di Porta.
«Perché l’Europa boicotta il Brasile?
Il protezionismo di alcune categorie e di alcuni Paesi europei dietro il “no” al biodiesel e alla carne brasiliana. E l’Italia, cosa fa? Mentre la ‘nostra’ Italia vive una crisi che non è soltanto economica, ma anche politica ed istituzionale, il Brasile continua a crescere ad un ritmo magari lento se comparato ad altri Paesi emergenti ma sicuramente più che sostenuto se raffrontato a quello della maggiorparte dei Paesi europei.
L’Italia e l’Europa, partner naturali ed anzi ‘preferenziali’ di questo gigante adagiato sull’altra sponda dell’oceano, dovrebbero vedere di buon’occhio la crescita e lo sviluppo brasiliana di questi ultimi anni, incentivandola e promuovendola non soltanto per evidenti ragioni di carattere politico o di ordine sociale, ma per la stessa natura di un rapporto commerciale destinato a rafforzarsi ed estendersi negli anni a venire, nell’interesse di tutte le parti in causa.
“Dovrebbero”, ho detto, perché – a quanto pare – una serie di episodi di queste ultime settimane dimostra il contrario, indicando quantomeno indica forte resistenza ad una sincera ed effettiva apertura del mercato di consumo dell’Unione Europea ai principali prodotti brasiliani.
Il 2008 era iniziato con l’annuncio della Commissione Europea di rivedere la meta che prevedeva per il 2020 che almeno il 10% delle automobili dei Paesi membri sarebbero state mosse ad etanolo; annuncio che riecheggiava i temi di una campagna promossa in questi mesi da alcune Ong e mass-media europei sui presunti effetti inquinanti e sui danni provocati all’ambiente dalla produzione dei cosiddetti bio-combustibili.
A febbraio è stata la volta della carne: sì, la carne bovina della quale il Brasile è uno dei maggiori produttori al mondo (e, consentitemi di scriverlo a chiare lettere, non soltanto in quantità ma soprattutto in qualità !). Ebbene, con una decisione sorprendente l’Unione Europea sanciva un ennesimo ‘blocco’ alla carne brasiliana, con un’attitudine chiaramente e pacchianamente protezionistica.
Invece, infatti, di indicare quali delle 2.781 fazendas brasiliane esportatrici di carne sarebbero qualificate e certificate per tale operazione (sembra che almeno 300 rientrino chiaramente nei parametri imposti dalla UE) gli “euroburocrati” hanno semplicemente proibito a ‘tutte’ le fazendas brasiliane la possibilità di esportare la loro carne prelibata nei Paesi del blocco commerciale UE.
Notizia accolta, suppongo, con grande gioia dai produttori di carne irlandesi e scozzesi; meno allegramente, immagino da alcune centinaia di milioni di consumatori europei, ai quali sarà impedito il consumo della ‘picanha’ o della ‘maminha’, e comunque di quella che oggi è forse la carne bovina più sana e saporita al mondo.
Le considerazioni di cui sopra, e i suoi eventuali sviluppi (ovviamente la storia non si concluderà con un semplice decreto dell’Unione Europea…) non devono essere considerate questioni limitate alle normali relazioni di import-export tra Paesi; le implicazioni ed il contesto nel quale tutto ciò succede devono infatti condurci ad operare una riflessione di carattere più generale.
La prima riguarda il nostro Paese, l’Italia. Pochi mesi fa era in Brasile il Ministro dell’Agricoltura, Paolo di Castro; uno dei temi al centro della visita (che non a caso, oltre a Brasilia, ha riguardato gli Stati di San Paolo e Santa Catarina) era proprio lo sviluppo dell’interscambio commerciale in materia di prodotti alimentari, carne bovina in primo luogo.
Un anno fa la visita in Brasile del Capo del Governo italiano indicava come uno dei principali punti di interesse dello sviluppo delle relazioni economico-commerciali tra l’Italia e il Brasile il settore dei bio-combustibili. In che maniera tali interessi e tali dichiarazioni di intenti incidono – ci chiediamo – sulle decisioni dell’Unione Europea, della quale l’Italia è non soltanto “socio fondatore” ma anche membro di primissimo piano?
La seconda riflessione riguarda la stessa UE. In quale maniera i “Paesi dell’Euro” vogliono contrastare l’egemonia politica ed economica degli Stati Uniti, se proprio in America Latina, ossia nel continente ‘naturalmente’ ben disposto ad avere un rapporto privilegiato con il vecchio continente, l’UE continua ad esercitare un protezionismo economico e commerciale sempre più dannoso quando non obsoleto?
Non sono domande retoriche, ossia alle quali è vano o inutile rispondere. Le risposte esistono e sono risposte centrali, nevralgiche: la soluzione di tali quesiti dipende dal livello di comprensione dell’importanza politica ed economica del rapporto tra Brasile ed Europa.
Purtroppo, anche in questo settore, vecchi e nuovi pregiudizi, miope visioni economicistiche e stupide e grette spinte protezionistiche sembrano avere la meglio su una visione di lungo periodo, che vede in un rapporto privilegiato tra UE e Mercosul e – per quanto ci riguarda – tra Italia e Brasile, una delle chiavi per lo sviluppo dei due continenti in questo secolo».
(Francesco Giappichini).

