Caro Ronaldinho

Caro Ronaldinho,
ti chiamo con il nomignolo con cui eri conosciuto a inizio carriera, prima che diventassi il «Fenomeno» del calcio mondiale. Ti scrivo dandoti del tu, come è consentito a uno sconosciuto che si rivolge a un personaggio pubblico. Ho negli occhi il terribile incidente che hai subito mercoledì sera a San Siro. Il silenzioso frastuono del tuo ginocchio sinistro che implode, così come era avvenuto per il destro otto anni or sono, risuona nelle orecchie di tutti gli amanti del futebol, commossi e in pena per te.
Spero lo siano anche quelli che ti hanno giurato eterno odio, accecati dal tifo e traditi dai tuoi frequenti cambi di maglia. Se c’è stato un campione rappresentativo dell’ultima decade, quello sei stato tu. Non solo sei entrato a far parte dell’immaginario sportivo del pianeta ma sei diventato, di diritto, un ambasciatore, anzi un simbolo del Brasile. Come il samba, il carnevale e la caipirinha. E come Pelé, icona massima e inarrivabile.
Sei stato lo specchio dei tuoi tempi, di un professionismo che non ammette più sentimenti o bandiere. Di un’epoca dove tutti giocano per soldi, si allenano poco e pubblicizzano prodotti di ogni tipo, anche se a volte è parso che l’unico mercenario fossi tu. In Brasile, ad esempio, accuse così pesanti non sono mai state mosse al tuo collega Romário, che la maglia la cambiava ad ogni rinnovo stagionale del guardaroba. Figuriamoci a Kaká, considerato un verginello e invece anch’egli uomo-sandwich milionario. Protagonista poco più che ventenne del gran salto dal Brasile all’Europa, su di lui ogni giorno si rincorrono voci di trasferimenti a questo o a quel club. Per non parlare del tuo omonimo gaúcho, Ronaldinho o del tuo conterraneo carioca, Adriano.
Persino “O Rei” Edson Arantes do Nascimento, dopo aver venduto dopobarba, deodoranti e bevande gassate anche in Italia, andò a batter cassa in America, a metà degli anni 70, calcando i campi sintetici a stelle e strisce con la maglia di quel circo equestre (o cimitero degli elefanti) del pallone chiamato “Cosmos”.
La dolce vita? Ha sempre fatto parte dell’iconografia dei vip, calciatori compresi. Ma un’esistenza monastica la gente pareva pretenderla solo da te. Perché hai la faccia pulita e il sorriso sincero. Perché sei stato l’ultimo grande idolo, più dei tuoi contemporanei che ho citato. Perché su di te tutti hanno sempre voluto dire la loro. Dall’uomo della strada, come me, ai media, ai tuoi colleghi, agli addetti ai lavori e ai soloni di ogni estrazione. E come ogni idolo, hai avuto i tuoi detrattori.
Il 12 luglio 1998 guardavo perplesso i tifosi brasiliani avvolti nell’ordem e progresso che ti chiamavano “farsa italiana”, mentre soffrivi sul terreno dello Stade de France, nella finale del mondiale transalpino, persa 3-0 con i bleus. Non avresti dovuto esserci, quella sera, visto che stavi male. Cosa tu abbia avuto nessuno lo saprà mai, ma arrivò il diktat dello sponsor e fosti costretto a scendere in campo, a interpretare la caricatura di te stesso.
Quegli stessi tifosi, che prima erano stati pronti a sciogliersi per una tua finta o un tuo scatto e che in quel momento ti insultavano, ti avrebbero osannato quattro anni più tardi, quando conducesti la Seleção alla vittoria nella coppa del mondo nippo-coreana. E poi ti avrebbero chiamato Gordonaldo e poi incensato di nuovo e così via.
Parlando della tua carriera di calciatore, mi sono permesso di usare il tempo passato, forse in modo ingeneroso e politicamente scorretto, specie in questo momento particolarmente doloroso. Tutti auspicano un tuo ritorno sui rettangoli verdi ed io con loro. Ma la tua parabola agonistica è già storia. Il tuo infortunio è solo un segno, tanto tangibile quanto crudele, della fine di un’epoca, se mai ce ne fosse stato bisogno. Una cosa è essere il Fenomeno del calcio, altra è essere un fenomeno da baraccone, cioè quello che sei diventato o ti hanno fatto diventare tuo malgrado, da almeno un paio d’anni. Da quando cioè il gol di Thierry Henry estromise il tuo Brasile dai mondiali di Germania 2006.
Per molti sei un pneumatico, una birra, un prodotto per capelli, una figurina o un buffo pupazzetto come quello della foto. O un nome su una maglietta, numero 9 o 99 che sia. Blaugrana, nerazzurra, bianca, rossonera o verdeoro poco importa. Quel che conta è vendere. Non so cosa pensi tu, cosa stia passando nella tua testa. Non mi riferisco ai crucci di oggi 15 febbraio, giorno in cui inizi l’ennesimo, lunghissimo periodo di rieducazione, dopo essere andato sotto i ferri ieri sera a Parigi. Mi domando in senso lato cosa pensi del Ronaldo attuale, Fenomeno ormai commerciale che fino a due giorni fa riempiva comunque gli stadi, in virtù di glorie passate. Rimarrà una mia curiosità ed è giusto così, sono fatti tuoi.
Permettimi tuttavia di chiederti un favore. Se stai pensando di smettere, ti prego di non farlo. Stringi i denti e prova a tornare, per dare anche solo un ultimo calcio a un pallone. E poi fuggi su una spiaggia di Rio, a fare gol in una porta segnata sulla sabbia. Chi perde, paga una cerveja. Dimentica i campionati, le coppe, i 4-4-2. Scordati il Fenomeno e torna Ronaldinho, come ti chiamavano in Brasile quando cominciasti. Fallo per quei bambini con la faccia uguale alla tua, per i quali sei stato e sarai sempre un modello da imitare.
Melhoras e tenha força.
Con affetto, il tuo estimatore Antonio Forni.

