Quale Chico? Pinheiro, naturalmente

«There’s a new Chico in town» direbbero gli americani. Un nuovo Chico ha stabilito la propria residenza definitiva laddove la colonia brasiliana è più folta, cioè nell’olimpo della musica mondiale. Dopo il Buarque carioca, il César paraibano e il compianto Science recifense, a pieno diritto anche São Paulo ha oggi un Chico di cui andare fiera. Il talentuoso chitarrista paulistano Chico Pinheiro (a sinistra, nella foto di Dani Gurgel) giunge infatti alla terza fatica discografica della carriera con “Nova“. Album diviso con Anthony Wilson (a destra) e che inaugura l’etichetta indipendente Buriti.
Un cd prezioso, dal tono jazzistico e prevalentemente strumentale, coraggioso e inatteso. Che non esitiamo a definire essenziale e necessario nella discografia di qualunque amante della buona musica. L’ardire di Pinheiro non si limita alla scelta dei temi o del tipo di esecuzione. Scioltosi senza rancore, dopo l’acclamato “Chico Pinheiro” del 2005, dal rassicurante abbraccio di Biscoito Fino, casa discografica il cui nome da solo garantisce riconoscimento e vendite, il virtuoso sceglie ora la strada indipendente.
Ci si sarebbe aspettati da lui un album costruito in sicurezza, tanto per monetizzare il successo ottenuto. Magari grazie all’ennesima interpretazione del songbook jobiniano o alla rilettura di una serie di standard internazionali. Un musicista del suo talento avrebbe potuto farlo senza sforzo alcuno, fosse stato intenzionato a passare direttamente alla cassa. Invece Pinheiro si mette in gioco, dividendo la scena e misurandosi con un affermato compositore e collega statunitense, quel Wilson che è strumentista di fiducia dell’ultima signora del jazz, Diana Krall.
In realtà, “Nova” non è ovviamente la testimonianza di una competizione, ma la cronaca di un idillio. I due chitarristi si incontrano uno sul terreno sonoro dell’altro. Le voci dei loro strumenti, contemporanee, precise e distinte, si intrecciano, si sovrappongono e si alternano. D’altra parte, Pinheiro è maturato alla scuola del jazz a stelle e strisce. Sia nel corso della sua formazione artistica che attraverso le tante esperienze acquisite sul campo, ha avuto modo di interagire con decine di strumentisti di valore. L’album registra momenti di grande respiro, indizio di un clima sereno e rilassato, pur nell’assoluta concentrazione richiesta in questi casi. Ci immaginiamo uno studio pieno di volti soddisfatti, dove aleggia la sicurezza che solo l’essere liberi da qualunque costrizione può garantire.
Le uniche voci soliste presenti nell’album sono quella profonda e ovattata di Dori Caymmi, nel classico “Requebre que eu dou um doce” del padre Dorival e quella più acuta e tagliente di Ivan Lins, nella corale “When you dream” di Wayne Shorter. Le varie formazioni che affiancano il duo sono costituite da session men di peso, ammesso che si possano definire così strumentisti di valore assoluto quali, solo per citarne tre, Edu Ribeiro, Armando Marçal e Nailor Proveta. Con l’aggiunta, in un paio di occasioni, dell’illuminante piano di Cesar Camargo Mariano.
Pinheiro e Wilson si scambiano guitarra elettrica e violão acustico in una successione di dodici brani tra i quali è arduo indicare dei preferiti. L’apertura è riservata a “Café com pão”, appetitosa colazione servita come avrebbe fatto lo chef João Donato, di cui è opera. Grazie al poderoso apporto di una sezione fiati dall’arrangiamento impeccabile, in “Cuba” risuonano le big band di qualche decade fa. Delicatissima la nuova versione di “Tempestade”, scritta da Pinheiro con Chico César. Spogliata dell’intonata voce del chitarrista e del bel testo del piccolo grande uomo di Catolé do Rocha, suona come un’estatica reprise. L’originale è ascoltabile su “Chico Pinheiro” oppure qui.
Magica l’introduzione arpeggiante di “Two fives” di Wilson, con i due da soli a sfiorare le chitarre elettriche. Della deliziosa “Planície”, dall’atmosfera vagamente guingana e composta da un ispirato Pinheiro, piace molto il bridge che intervalla e sottolinea le frasi principali delle tre chitarre. La terza è quella a sette corde di Swami Jr. Impossibile non citare la quieta title-track e l’altrettanto equilibrata “Easter monday”. “Alla chitarra” è un gran finale di quasi nove minuti, un ampio showcase di tecnica chitarristica che chiude il disco in maniera appropriata.
Ascoltate, se vorrete. Non ve ne pentirete. E scaricate dal sito di Chico Pinheiro un suo personale “best of“. È proprio vero, c’è un nuovo Chico in città.
(A. Forni)

