B r a s i l i a n d o

Il Brasile giorno per giorno (Gruppo “Musibrasil”)

Il Brasile di Bob Dusi da Cesena

La via italiana alla musica brasiliana è tradizionalmente lastricata di illusioni e fallimenti. Tra commistioni di stili più o meno azzeccate, strafalcioni linguistici, equivoci legittimi o confusioni evitabili, peccati veniali ed errori clamorosi, a ricreare in casa nostra il sound verdeoro ci hanno provato in molti, negli ultimi cinquant’anni o giù di lì. Uno dei tentativi più recenti in ordine di tempo, senza dubbio meritevole di attenzione, è quello di Bob Dusi, che con la sua Banda Charanga ha pubblicato su etichetta Tam Tam Studio il cd “Meu Brasil” (nella foto, la copertina).

L’operazione, ovviamente, è da sempre tutt’altro che facile. Ci si deve confrontare con una realtà, una lingua, una sensibilità diverse da quelle italiane. E, diciamolo, con un paese in cui il talento musicale è generalmente diffuso e disponibile molto più che nel nostro. A fare centro, secondo noi, storicamente sono riusciti in pochi. Endrigo, Vanoni, Barbara Casini, a tratti l’ultima Mannoia. O artisti meno conosciuti quali Rinaldo Donati e il gruppo Xangô. E scusate se abbiamo dimenticato qualcuno. In genere, ha avuto ragione chi non ha cercato di scimmiottare o copiare ma si è accostato con deferenza e umiltà a una cultura musicale giustamente ritenuta superiore, affrontandola secondo le proprie caratteristiche, senza snaturarsi o rendersi ridicolo.

Di Bob (al secolo, Roberto) Dusi, chitarrista romagnolo, ci è subito piaciuta la sincerità. Lui, il Brasile, ammette di non averlo «mai visto, ma sempre ascoltato e sognato». Fa bene a precisarlo, visto che l’onestà giustifica praticamente qualsiasi fuga dalla realtà e può, anzi, trasformarla in arte. Jules Verne scrisse i suoi “Viaggi straordinari”, ambientati in ogni angolo del mondo, senza mai muoversi dalla Francia. E quale altro regista cinematografico fu tanto genialmente bugiardo, libero, folle e visionario quanto Federico Fellini? Ben venga allora il cobra con cui Dusi ha voluto illustrare la copertina del suo disco. A occhi chiusi l’India non è lontana da Manaus.

Favorito dai tempi, particolarmente aperti alle contaminazioni, il musicista di Cesena procede inevitabilmente lungo il cammino segnato qualche anno fa da Nicola Conte e Rosalia de Souza, già parzialmente seguito da altre produzioni italiane, come quelle di Toco o di Emmanuele Cucchi con il suo “Nu Braz”. L’album mescola bossa, samba e suoni acid jazz, con una spruzzata di r&b, appoggiandoli a una solida base di percussioni (anche, ma non solo) programmate e ottenendone un cocktail che potrebbe garantirgli i favori dell’audience generalista. Sia essa quella attenta alle nuove tendenze o quella più distratta, adepta dell’happy hour e del finger food.

Ma non stiamo parlando solo di aria fritta, visto che il cd presenta alcuni brani di un certo peso, a disegnare un Brasile dai contorni molto sfumati e allargati. Dusi ha avuto l’intelligenza di accompagnarsi con chi la ginga ce l’ha nel dna. In particolare, ci riferiamo alla bella voce di Ivette Souza (molto brava in “Alegre” e in “Energia”, scritte dal chitarrista, rispettivamente da solo e con Rosana Crispim da Costa), la quale interviene in alcune occasioni ad amalgamare la gustosa zuppa sonora. Un’ulteriore mano arriva dalla tecnica di alcuni musicisti brasiliani o di area brasiliana, presenti nella formazione. Dusi stesso corre molto bene sulle corde e persino il suo portoghese è tutt’altro che disprezzabile.

Piace la rilettura uptempo, pulita, ordinata e fedele all’originale, di “Berimbau”. Così come le versioni italiane di altri due classici, “Canto de Ossanha/Chi dice non dà” (disponibile anche in cd single con “Berimbau”) e “Testamento”. Nell’interessante “Hot Vesuvio”, questa volta firmata da Dusi/Aloisi, vi sono echi di George Benson (ringraziato per l’ispirazione nelle note di copertina) ma soprattutto tanto sapore di Incognito prima maniera. L’etichetta Tam Tam propone il brano anche su un tenero e nostalgico 45 giri di vinile. Motivi di curiosità possono, in ogni caso, essere riscontrati lungo tutto l’arco delle tredici tracce.

Forse quel «Toquiño e Vinicious de Moraes» riportato nel release (non opera di Dusi) farà storcere il naso ai brasilofili dello zoccolo duro. Ma non è il caso di scandalizzarsi. Non lo dovrebbe fare chi si occupa professionalmente di Brasile, né chi lo ama incondizionatamente. Ergersi a depositari della verità, diventando cattedratici, renderebbe ancora una volta ridicoli.

Meglio accostarsi a questo “Meu Brasil” con un sorriso sulle labbra e la mente libera da preconcetti. Buon ascolto.

(A. Forni)

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