Il Papero e la teoria di Darwin

Consentiteci, per una volta, di dare spazio al Brasile più conosciuto e ovvio, cioè a quello calcistico. Quello dei titoli a nove colonne, quello di cui parlano web, radio, tv, quotidiani sportivi e generalisti, quello di cui tutti sono esperti e su cui tutti hanno un’opinione. Quello del quale, di solito, “Brasiliando” preferisce non occuparsi, vista l’abbondanza di offerta giornalistica in merito. Ma il pezzo di Darwin Pastorin che vi proponiamo, apparso nei giorni scorsi sul sito de “La 7“, ci è piaciuto particolarmente.
Perché Pastorin è un profondo conoscitore del Brasile, paese dove è nato da genitori veneti. Perché è una delle firme più prestigiose del giornalismo sportivo italiano. Soprattutto perché dedicare l’articolo al giovane Pato (nella foto, attorniato dai compagni del Milan dopo il gol al Napoli) gli è servito come pretesto per ricordare un momento storico del calcio verdeoro e tricolore, citando persino Carlos Drummond de Andrade.
In occasione dell’Italia-Brasile di cui parla, Pastorin era dibattuto tra due sentimenti contrastanti, come lo erano parecchi brasilofili italiani. Sentimenti che in alcuni casi, più di venticinque anni dopo, sono cambiati. Chi scrive, tanto per fare un esempio insignificante, oggi non avrebbe gli stessi dubbi che aveva il 5 luglio del 1982, giorno in cui le squadre scesero in campo al “Sarriá” di Barcellona. L’Italia la sento molto meno madre e sempre più matrigna. Non mi identifico nella generale mentalità e negli atteggiamenti oggi prevalenti nella società italiana. L’oggetto della passione di allora, il Brasile, è invece diventato soggetto di un rapporto ormai consolidato e duraturo, anche se non privo di problemi e vissuto sempre da lontano.
Chissà per quanti altri è così? Eccovi di seguito il pezzo di Pastorin.
- Pato, Pablito e il poeta
Molti sportivi, e non soltanto i tifosi del Milan, non dimenticheranno tanto facilmente il 13 gennaio 2008, domenica notte, stadio San Siro: il giorno del debutto nel nostro calcio, nel nostro campionato, per la nostra allegria, del giovane fenomeno Pato, il brasiliano destinato a raccogliere l’eredità dei campioni del passato. Esordio con gol e tante meraviglie, il Napoli battuto 5-2. La festa del ‘papero’, ma anche la rinascita di Ronaldo, tornato, al fianco del suo connazionale, ancora Fenomeno. Ci sono partite che restano indelebili nella nostra memoria, e giocatori che in quelle partite conoscono l’epifania o la rinascita; che diventano ‘immensi’ in quel momento, e poi per sempre. Io non potrò mai scordare Italia-Brasile 3-2 del mundial ‘82, a Barcellona, 5 luglio. Ero inviato di ‘Tuttosport’, diviso tra i miei due amori, Italia e Brasile. In una tribuna-stampa con tanti giganti della scrittura, della letteratura, Giovanni Arpino, Gianni Brera, Mario Soldati, Oreste del Buono, Vladimiro Caminiti, seguii le trame epiche di quel memorabile match. La Seleçao di Zico e Falçao, di Cerezo e Junior, di Socrates ed Eder data per favorita. Gli azzurri, reduci dalla vittoria sull’Argentina di Maradona, che ripresentavano in attacco Paolo Rossi, senza gol, pallido e assorto. Un fantasma. Eppure: Enzo Bearzot, contro tutto e tutti, puntò, caparbiamente, stoicamente, su di lui, su quello che, al mundial argentino del ‘78, venne soprannominato Pablito. E il miracolo arrivò. Brasile stordito da tre reti di Pablito. Per la prima volta un portiere brasiliano (Valdir Peres, nell’occasione) subì tre gol da un solo calciatore. Rossi segnò altre tre reti, gli azzurri si laurearono campioni e lui, il centravanti ritrovato, arrivò primo nella classifica cannonieri. Tutti noi diventammo, a lungo, ‘paolorossi’.
Così Carlos Drummond de Andrade, grande poeta e grande scrittore, raccontò, dal punto di vista dei brasiliani, quella sconfitta (da ‘Quando è giorno di partita’, cavallo di ferro): ‘Ho visto gente piangere per strada, quando l’arbitro ha fischiato la fine della partita persa; ho visto uomini e donne calpestare con odio le bandierine giallo-verdi che pochi minuti prima erano sacre; ho visto ubriachi inconsolabili che non sapevano più perché non trovavano consolazione nella bottiglia; ho visti ragazzi e ragazze festeggiare la sconfitta pur di festeggiare qualcosa, poiché i loro cuori erano programmati per l’allegria; ho visto l’instancabile e ostinato tecnico della Nazionale trattato da bandito e bruciato vivo nell’effigie di un pupazzo, mentre il giocatore che aveva sbagliato più volte a centrare un gol veniva dichiarato l’ultimo dei traditori della Patria; ho visto la notizia del suicida del Cearà e dei morti d’infarto a causa dell’insuccesso sportivo; ho visto il dolore della classe medio-alta dissolto in whisky scozzese e il sordo clamore di disperazione degli umili, per la stessa ragione; ho visto il ragazzetto cambiare genere alle parole, accusando l’amichetta di menagrama; ho visto la delusione controllata del Presidente, che si preparava, come tifoso numero uno del paese, a vivere il suo grande momento di euforia personale e nazionale, dopo aver sofferto tante frustrazioni di governo; ho visto i candidati del partito governativo storditi dal fiasco che li derubava di un bell’asso per la campagna elettorale; ho visto le opposizioni divise, unite nella stessa perplessità di fronte alla catastrofe che forse porterà la gente al totale disincanto, compreso quello per le elezioni; ho visto l’afflizione dei fabbricanti e dei venditori di bandierine, gagliardetti e simboli vari dell’atteso e preteso titolo di campioni del mondo per la quarta volta, e fin d’ora destinati all’ironia della spazzatura; ho visto la tristezza degli spazzini nel rimuovere i resti della speranza; ho visto tante cose, ho sentito tante cose negli animi…’. Vedevo Pato e ripensavo a Pablito: alla magia del football. Alla bellezza di un semplice pallone. Alla classe del campione puro.
Per saperne di più. Su Carlos Drummond de Andrade: ‘Sentimento del mondo’, trentasette poesie scelte e tradotte da Antonio Tabucchi, Giulio Einaudi Editore; sul mondiale di Spagna: Paolo Rossi, testi di Antonio Finco, ‘Ho fatto piangere il Brasile’, un’autobiografia, Limina; Marco Bernardini, ‘Olé!’, gli eroi di Spagna ‘82 si confessano vent’anni dopo, Graphot; Mario Soldati, ‘ah! il Mundial!’, Rizzoli.
Per riflettere: ‘Lettera’ di Carlos Drummond de Andrade. ‘E’ molto tempo, sì, che non ti scrivo. / Sono invecchiate tutte le notizie. / Sono invecchiato anch’io: Guarda, in rilievo, / questi segni su di me, non delle carezze / (così leggere) che mi facevi in viso: / sono ferite, spine, sono ricordi / lasciati dalla vita al tuo bambino, che al tramonto / perde la sapienza dei bambini. / La mancanza che ho di te non è tanto / all’ora di dormire, quando dicevi / “Dio tu benedica”, e la notte si spalancava in sogno. / E’ quando, allo svegliarmi, vedo a un angolo / la notte accumulata dei miei giorni, / e sento che son vivo, e che non sogno’. -
(A. Forni)

