Il colore del tifo calcistico, visto dal Brasile

Della forte connotazione ideologica che caratterizza le frange estreme di alcune tifoserie italiane si è occupato un paio di giorni fa “Vermelho“, portale brasiliano di attualità politica d’ispirazione marxista, la cui denominazione è accompagnata dal motto «la sinistra bene informata». Il sito si propone ufficiosamente anche come organo del Partido comunista do Brasil.
Il pezzo era titolato «I comunisti del Livorno combattono i nazisti della Lazio» ed era firmato da Renato Ramos, a sua volta capo ultrà del Santo André, club calcistico della città alle porte di São Paulo, nonché segretario del Pcdb locale. L’articolo conteneva informazioni, per lo più inedite in Brasile, sugli ultras di casa nostra ma anche opinioni poco condivisibili, generalizzazioni deprecabili e un paio di inesattezze.
Dopo un preambolo su alcune tifoserie europee che vengono definite «rosse» (ad esempio quelle del St. Pauli in Germania, del Rayo Vallecano in Spagna e del West ham in Inghilterra) il reportage cita il Livorno, compagine «il cui caso ci riempie il cuore di emozione. Simbolo del calcio operaio, arrivato in serie A dopo 55 anni, i suoi dirigenti e i suoi tifosi da anni si lamentano del trattamento che gli arbitri italiani riservano alla squadra, penalizzata e osteggiata in quanto di sinistra».
Ramos passa poi ad analizzare la rivalità dei livornesi con i tifosi della Lazio «legati all’estrema destra e al nazi-fascismo, anche perché la Lazio era la squadra del cuore di Benito Mussolini». E questo è un errore. Sul fatto che il dittatore fosse infatti romanista c’è sostanziale concordanza di opinioni e abbondante disponibilità di letteratura. I giallorossi, tra l’altro, sul finire del ventennio e in piena seconda guerra mondiale vinsero il loro primo scudetto (1942). Ovviamente, questo non può bastare per definire la Roma (o la Lazio o qualunque altra squadra) un club unicamente «di fascisti».
Crediamo Ramos sbagli anche quando auspica che «gli stadi diventino teatro della lotta di classe contro il fascismo pure in Brasile, dove invece il calcio è totalmente apolitico e dove si picchia o si ammazza per futili motivi». Sottintendere che sulle gradinate italiane ci si azzuffi e si muoia, al contrario, per nobili scopi e non a causa della degenerazione che da decenni accompagna il tifo a livello mondiale, ci pare un’evidente forzatura.
Divertente, invece, il passaggio in cui ricorda come «qualche anno fa, in occasione di una trasferta con il Milan, tutti i tifosi del Livorno si presentarono a San Siro con una bandana in testa, per sbeffeggiare il presidente Berlusconi, che l’aveva sfoggiata in Sardegna qualche giorno prima, per coprire le ferite non ancora rimarginate causate da un recente trapianto di capelli».
Il pezzo, infine, cita il calciatore Cristiano Lucarelli, «comunista dichiarato, che in passato ha declinato le offerte di alcuni grandi squadre italiane a causa delle proprie convinzioni politiche. Ora veste la casacca dello Shakhtar Donetsk, team dei minatori dell’Ucraina e ha coronato il sogno di giocare in un paese dell’ex Unione Sovietica».
Il livornese Lucarelli ha rifiutato un paio di contratti miliardari, ad esempio quello che gli offriva il Torino. Ma tale gesto era stato causato dal desiderio di rimanere a difendere i colori della sua città, non certo dal presunto orientamento politico delle squadre che lo avevano contattato. Del “Toro” tutto si può negare, infatti, tranne che sia squadra proletaria. Dubbi, semmai, sorgono sullo Shakhtar, oggi di proprietà del magnate Rinat Akhmetov.
Insomma, “Vermelho” ha senza dubbio suscitato in Brasile un dibattito su un tema interessante, ma con un fervore e un romanticismo forse eccessivi. Nonché, a nostro modesto parere, con meno approfondimenti e lucidità di quanto sarebbe stato richiesto.
(A. Forni)

