Olio, il Brasile ci tradisce e sposa i portoghesi

A quanto pare, i produttori italiani di olio d’oliva dovranno mettersi il cuore in pace. Il Brasile, tradizionale importatore anche dal nostro paese del prezioso complemento alimentare, inizierà a farselo in casa e, per questo, ha scelto i portoghesi come partner. È di questi giorni la notizia che dal Portogallo è stato inviato nel Rio Grande do sul un lotto di cinquecento piante di olivo da riproduzione, atto a creare la prima varietà autoctona brasiliana.
Il Portogallo, dopo avere per lunghi anni rivaleggiato con la Spagna per il primato tra gli esportatori di olio d’oliva in Brasile, dal 2006 è saldamente in testa, con una quota superiore al quaranta per cento del mercato. L’Italia è terza, a considerevole distanza e ogni nostra velleità di crescita nel segmento sarà molto probabilmente frustrata.
I primi olivi “migranti” sono il frutto di un accordo tra la Empresa brasileira de pesquisa agropecuária (Embrapa) e l’Istituto superiore di agronomia di Lisbona. Provengono dai terreni di un consorzio di Santarém, nel Portogallo centrale, una terra che abbraccia l’antica provincia del Ribatejo. Nei prossimi mesi, altre ventimila piante saranno inviate in Brasile, per essere interrate in una zona individuata all’interno del distretto di Pelotas, nella parte meridionale del Rio Grande do sul, a 250 chilometri da Porto Alegre e ai margini del canale São Gonçalo.
Già da alcune stagioni vengono condotti test nella regione di frontiera che divide il Brasile da Argentina e Uruguay, la più simile climaticamente a quella mediterranea, originaria della specie. Ad essi avevano partecipato anche aziende olivicole di Italia, Spagna, Grecia e Turchia. Ma sembra che la scelta dei brasiliani sia definitivamente caduta sui cugini lusitani. Non tanto per affinità storiche quanto per la tipologia di prodotto. L’olio più largamente apprezzato e utilizzato in Brasile, infatti, è tradizionalmente quello portoghese. Denso e dal sapore forte, si adatta alla comida brasiliana molto meglio, ad esempio, sia dei ben più eleganti nettari liguri o toscani che dei robusti olii pugliesi, spesso giudicati troppo acidi.
L’olio d’oliva in Brasile non si usa per friggere e viene gustato praticamente solo a crudo. Viene di solito commercializzato nella versione frutto della spremitura comune. L’extra-vergine è riservato ai raffinati clienti dei ristoranti italiani più rinomati, dove viene persino proposto nel corso di degustazioni ad hoc. Ma per l’uso di tutti i giorni si preferisce la classica latta di olio portoghese, come quella nella foto, che di solito arriva in tavola con un tovagliolino di carta annodato intorno, per non far cadere la goccia.
L’azeite de oliveira benedice praticamente tutto, dall’insalata al pastel, ovviamente accompagnato dalla pimenta, il peperoncino brasiliano. Il primo azeite nazionale debutterà probabilmente nel 2011, visto che l’olivo ha bisogno di almeno tre anni per dare i primi frutti utilizzabili nella produzione dell’olio.
Per finire, una curiosità. Anche l’olivicoltura ha le sue proverbiali “s”. Non tre, come nel caso del giornalismo («sesso, soldi e sangue»), ma addirittura cinque. L’antica saggezza popolare del meridione italico afferma infatti che l’olivo, per crescere e proliferare, necessita di «sole, sassi, siccità, silenzio e solitudine». Un detto che sarà, d’ora in poi, applicato anche nel sud del Brasile.
(A. Forni)

