Miss transex, Brasile d’argento

Si è svolta nella località turistica tailandese di Pattaya, durante lo scorso fine settimana, la serata finale del concorso “Miss international queen“, dedicato alla bellezza transgender. Vincitrice è stata proclamata la reginetta locale Tanyarat Jirapatpakon (al centro, nella foto), che ha battuto nell’ordine la brasiliana Aleika Barros e la filippina Chanel Madrigal (a destra e a sinistra, rispettivamente). Si è trattato di un vero e proprio “Miss universo transex”, con annesso l’immancabile corollario di vero gossip e finte polemichette.
Nel giugno scorso, era andato in scena a Madrid “Miss transexual international”, che aveva visto il trionfo di Cristini Couto, in rappresentanza del Brasile. Riservati a transessuali sono pure “Miss universo Tiffany” e un’altra manciata di premi internazionali. Come per tutti i concorsi di bellezza, il moltiplicarsi di questi eventi crea incertezza su quali debbano essere considerati legittimi e quale il più importante.
Il fatto che di queste rassegne ve ne sia più d’una testimonia peraltro dell’ottimo riscontro commerciale e mediatico che esse si sono ormai assicurate. Anche se a noi questo interessa poco. Ciò che ci preme sottolineare, a proposito di “Miss international queen” nella fattispecie, ma pure a livello generale, è il persistente approccio politicamente scorretto usato da alcuni mezzi d’informazione nel darne notizia. Organi pronti a prendere tremendamente sul serio l’elezione di qualunque “miss” di sesso femminile (e anche di parecchi “mister”), ma che sui concorsi transex ancora ricamano e ammiccano.
Un’autorevole e seria agenzia di stampa, riferendo dell’ultima kermesse tailandese, parlava ieri di «una cerimonia ricca di piume, fronzoli e ciglia finte», quasi questi fossero unicamente una prerogativa transgender e puntualizzava come i monaci buddisti locali siano stati «molto tolleranti verso l’omosessualità». Bontà loro. Per non parlare, poi, della facile ironia che viene regolarmente fatta su Brasile e transessuali, nonché dell’immancabile accostamento di entrambi alla prostituzione, terzo anello di una catena di preconcetti solida e infrangibile.
Per definire esponenti del mondo trans viene sempre utilizzato l’articolo maschile e vi è ancora largo uso del termine «travestito». Se la sessualità di un essere umano è basata su inclinazioni personali e se il suo modo di presentarsi ne è la naturale conseguenza, secondo noi sarebbe allora opportuno l’uso dell’articolo femminile e l’abbandono di un vocabolo che sottintende la volontà di nascondere o artefare la propria identità.
Apparire per ciò che sono e senza sotterfugi è un diritto che “le” trans da anni, invece, rivendicano.
(A. Forni)

