Testimonianza shock, il riformatorio

In tempi in cui si parla, in Brasile e non solo, dell’emergenza della criminalitá minorile e dell’opportunitá di abbassare la cosiddetta «etá imputabile», il blog Brasiliando ha pensato di far cosa gradita ai propri lettori intervistando un protagonista di questa realtá. Flábio Epifanio da Silva, sedici anni, da tutti conosciuto come Pequeno, ha giá frequentato in 2 distinte occasioni i riformatori, o meglio le carceri minorili brasiliane.
La prima volta vi é rimasto per un mese, in seguito ad una condanna per furto, mentre piú recentemente un mese e mezzo (o, come lui stesso ama precisare, la bellezza di quarantasette giorni). Nell’ultima occasione il reato contestatogli é il traffico di droga. Un controllo della Polizia militare di Fortaleza non gli ha lasciato scampo, ed é stato colto in flagrante in possesso di circa trenta pedra di crack, per un valore di circa centocinquanta real, ossia sui cinquantotto euro.
Pequeno ha cercato di corrompere gli agenti, offrendogli qualche decina di real, in altra occasione sufficienti a garantirgli la provvisoria libertá. Questa volta peró la sorte gli si é accanita contro, e sulla sua strada ha trovato – per incredibile che possa apparire – 2 polícia incorruttibili.
O comunque incorruttibili con la somma di denato a sua disposizione. (Prima di lasciarvi alla mini-intervista con Pequeno, ricordiamo che dell’argomento ci siamo giá occupati, sul portale Musibrasil, nell’articolo Adolescenti dietro le sbarre, ndr).
Prima di essere condotto in caserma, e piú tardi presso il Centro educacional Patativa do Assaré, ti sei beccato – immagino – qualche bel cazzottone…
«Sí, come sempre succede in questi casi. Per venti minuti mi hanno colpito con pugni, calci, schiaffi e gomitate. De todo jeito. Appena giunto in caserma mi hanno rinchiuso nella cosiddetta tranca, una sorta di cella del castigo. Lí si dorme sul pavimento gelato, indossando solo i calzoni corti.
Era molto freddo, ed al risveglio mi faceva male la schiena».
Ti hanno intervistato i media locali?
«Sí, mi hanno chiesto se la droga era mia, ed ovviamente lo era, perché io non lavoro per gli altri. Quindi mi hanno fatto la domanda piú scontata: perché spacciavo. Ho risposto che lo facevo per guadagnare. Comunque la telecamera della televisione non mi ha ripreso il volto, dato che sono minorenne».
Com’é questo Centro educacional Patativa do Assaré, recentemente inaugurato?
«Visto da fuori é molto bello, sembra un edificio, una pousada. Ci sono le mattonelle… All’interno ci sono solo 6 celle, anche se sono abbastanza grandi. Ed ognuna ospita circa venti ragazzi. C’era anche un ragazzino che mi ha detto d’avere undici anni, ed effettivamente li dimostrava.
(In realtá il Centro puó contenere solo ultradodicenni, almeno cosí dispone la legge penale brasiliana, ndr). C’é molta disciplina: ad esempio non si possono dire parolacce, e se lo facciamo i secondini ci picchiano. É chiaro che si deve sempre obbedire al personale, altrimenti sono botte.
E poi quando si esce in gruppo dobbiamo sempre stare in rigorosa fila indiana, altrimenti ci mettono nella cella di punizione, ove si deve dormire nudi sul pavimento gelato».
E adesso che hai riottenuto l’agognata libertá continuerai a vendere crack?
«Certamente! Non ho lavoro e in questo modo riesco a guadagnare circa cinquanta real a notte».
Ma non hai paura di essere arrestato di nuovo?
«Non ho paura, ma devo stare sempre sul chi va lá. Quando vedo gli stessi agenti che mi hanno arrestato me ne vado immediatamente; per altri é sufficente una mancetta, del valore di sessanta real, trenta per ciascun agente».
(Francesco Giappichini).

