La tortura in Brasile
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Gino Tapparelli, docente di Sociologia all’Università di Salvador de Bahia e protagonista della Campagna 2001-2003 contro la tortura nello Stato baiano, ha tenuto il 30 ottobre una conferenza a Trento dal titolo “Sos, tortura nunca mais” presso la Sala rosa del Palazzo della Regione di Trento.
Comodamente seduti in poltroncine rosse, in un altro continente, i presenti si chiedono cosa li leghi ai protagonisti delle drammatiche vicende narrate da Tapparelli. Senso di incredulità e di impotenza sono infatti forti, nell’ascoltarne le parole. Il profilo medio della vittima è: povera, dalla pelle scura, indifesa, isolata e non informata dei propri diritti, spesso indio. Proviene sia da zone rurali che dalle città baiane.
 Mondi lontanissimi, ma forse non del tutto ignoti al pubblico trentino, composto da operatori, sostenitori e semplici interessati alla solidarietà internazionale, che si muovono anche nell’orbita della Provincia autonoma di Trento. Che gioca un ruolo di punta, a livello italiano, nella cooperazione internazionale, destinandovi lo 0,25 per cento del proprio bilancio annuo, per un valore di circa 10 milioni di euro, importo con cui si riesce a finanziare circa 200 associazioni e relativi progetti.
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La tortura di cui si occupa la campagna di Tapparelli è quella pubblica, di stato. Solitamente perpetrata da rappresentanti degli organi di controllo sociale, da polizia militare e civile: le torture di cui sono responsabili gli agenti di polizia civile sono infatti il 49.7 del totale, il 14.4 quelle commesse da militari e il 4,6 da parte di agenti penitenziari.
Delle centinaia di denunce istituzionali documentate dalla campagna, ad oggi non è scaturita una sola incriminazione o condanna (in uno stato che conta 17 milioni di abitanti). Un profilo inquietante, quello dei torturatori: sadici, mafiosi e conniventi, spesso impuniti e protetti della muta approvazione di certe fasce sociali, che non nel loro disprezzo non risparmiano nessuno. I difensori dei diritti umani e delle vittime di tortura sono a loro volta in pericolo e ritenuti difensori di ladri e criminali, svogliati e nullafacenti.
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Non è stato facile, per altro, definire precisamente il termine «tortura»: dopo attento vaglio di documenti e carte internazionali, la definizione adottata internazionalmente è «ciò che a seguito di lesioni gravi rende la persona incapace di svolgere le abituali occupazioni per 30 giorni». In Europa ne sono sufficienti dieci.
I motivi principali delle torture a Salvador sono: punizione, ottenimento di confessioni, intimidazione, estorsione. Le forme più comuni con cui è perpetrata sono pestaggi, affogamenti, scosse elettriche. Armi tipiche dei torturatori brasiliani sono il pau-de-arara, un palo a cui la vittima viene legata e poi picchiata, i cacecete (manganelli) e la palmatoria, uno strumento con cui sono picchiati i palmi delle mani delle vittime. Le questure (delegacias) sono i luoghi più frequenti dove vengono commesse le torture, seguite dalla casa medesima della vittima, dalla prigione e dalla strada (casi in cui si assiste a torture pubbliche).
Il docente, trentino trapiantato da 41 anni in Brasile, è stato sostenuto nel progetto dalla Provincia di Trento, dalla Fondazione Fontana (Tn) e dal “Grupo tortura nunca mais” brasiliano. Introdotto dall’assessore provinciale del Trentino per Emigrazione, solidarietà internazionale, sport e pari opportunità , Iva Berasi, e da una panoramica sullo stato dei diritti umani in Brasile a cura di Floriano Zini del gruppo trentino di Amnesty International, l’incontro si è concluso con una testimonianza di Monica Zambotti, del Mlal.
Oltre a raccogliere le denunce, i dati e a trasformarli in statistiche, la campagna ha visto Tapparelli e i suoi al fianco di madri e sorelle di vittime e detenuti, accompagnarle dal ministerio publico (equivalente di un difensore civico) e alle udienze di deposizione delle vittime. Fornire alla popolazione piccoli manuali di conforto e consultazione per affrontare le difficoltà concrete dei momenti più tragici, come l’uccisione e la scomparsa di un figlio, o di una figlia, ad opera dei torturatori istituzionali.
Il governo Lula, invece, ancora non si è ancora schierato contro la tortura. Evita l’argomento e, contrariamente a quello argentino, non ha mosso un dito per sostenere le madri dei desaparecidos. Secondo Tapparelli sembra non voglia inimicarsi lobby potenti. Sembra, tuttavia, che anche il Brasile, come altri stati, tenga alla propria reputazione internazionale, e quindi che anche la nostra attenzione e denuncia, le sollecitazioni a fare di più oltre a ratificare i documenti internazionali, possa fungere da stimolo per un positivo cambiamento. Teniamone conto anche noi, nel caso ne fossimo testimoni. (Annalisa Dolzan)
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