Mulher não chore *

Querido Manoel,
são as 11.30 da noite. Ho guardato le stelle, pensando che il sole è tramontato anche sulla tua barraquinha ao pé do mar. La tua volta stellata è più serena e luminosa. Il carro c’era, ma lo vedevo all’incontrario, come la luna.
Chissà se la stai guardando. Se mi hai già dimenticata. Tutto ciò che faccio da quando sono tornata è una scocciante interruzione di questa musica, che faccio suonare ininterrottamente, spasmodicamente. Cerco di trattenere le emozioni, ma temo che si slavino come una maglietta sciacquata nella vostra acqua salata.
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Come una duna lenta e inesorabile, ogni granello dubbioso e incerto ha ricoperto la mia tranquillità , la mia lagunare oasi occidentale è stata sommersa dal rigoglioso reggae brasileiro.
Non ho un dio Jah che mi… sor-reggae, non ho una religione. Come te lo spiego, a te che vivi in una comunità che non conta le persone, ma le famiglie. Che ogni giorno al risveglio devo combattere per una merendina migliore, un voto più alto del compagno di banco; uno stipendio più alto; un chilo in meno per entrare nel tailleur di Ferrè; un uomo più figo di quello delle mie amiche?
Che mi sento privilegiata perché finalmente mi hanno concesso il mutuo (e a Flavia no!), e una gran gnocca multitasking e performante perché bevo acqua che non fa ingrassare -vadoinufficio col car-pooling - facciolaspesaintelligenteconlaraccoltadeipunti - footing, pilates e kick-boxing-horegistratolepuntatediDesperate-Housewivesquandoerovia – e sabato seguirò un nuovo corso executive di team-building?!
«Sono felice», mi hai sussurrato nel vento. Non ci ho creduto. Rifiuto di sciacquarmi la bocca col ritornello del terzo mondo povero ma felice. Una misera barraquinha sulla spiaggia, una faticosa e precaria vita di pescatore, il tempo libero sul tuo surf solitario e la capoeira coi bambini del villaggio. È stato un attimo pensare al mio lavoro ben pagato, armadi pieni di vestiti, pile di cd e di oggetti che riempiono il mio spazio. I soldi per viaggiare fino qua.
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Ma sono io che ti scrivo. Sono io che ho viaggiato a testa in giù nel tuo mondo. Il contrario non avviene. Che ne sai, di queste comunità rinchiuse nei masi intorno al fuoco? Di tristi e lamentosi cori di montagna, di sorrisi unti di polenta e luganeghe, mentre il sole le onde e le palme risuonano di reggae da danzare a piedi nudi stretti alle vostre donne? Di una chiesa stretta nel freddo medievale, che si batte il petto nella santa messa mentre sulle mura la morte danza e ci sbeffeggia, memento mori di un’altra giovane vita mietuta sull’asfalto di un sabato sera con un niente analcolico da fare?
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Piccola comunità di famiglie di famiglie, che inneggiate a Deus e a Jah sulla sabbia a ritmo di reggae, samba e bossa nova, da tanto siete indietro, siete addirittura troooooppo avanti! Oltre la nostra umanità cifrata di Pacs, Dico e Cus. I vostri uomini e donne senza sigle si amano e si stancano, si riamano e procreano – un padre per almeno due famiglie - e, al rientro della jangada, pesce per tutti.
Querido Manoel, meu amigo brasileiro, é dificil não chorar, e rivederti lo sarà ancora di più, ma ti ringrazio di avermi resa una regueira italiana sulle note dei Tribo de Jah. E anche per questo, ogni giorno, ti penso. (a.d.)
* “Homem não chore” è una canzone dei Tribo de Jah, gruppo reggae brasiliano http://www2.uol.com.br/tribodejah/Â

