Brasile meno previdente dell’Italia

Chi l’avrebbe detto? In campo previdenziale, esiste nel mondo una nazione sprecona almeno quanto l’Italia. È il giovane Brasile che, in valore relativo, paga di tasca propria pensioni ai propri cittadini nella stessa misura del vecchio Bel paese, attingendo copiosamente alle casse dello stato in aggiunta a quanto garantito dai contributi previdenziali.
Un recente studio dell’Istituto brasiliano di ricerche economiche applicate (Ipea) ha analizzato la situazione delle spese per il settore in quarantanove paesi del mondo. Nel ranking, al primo posto figurano cinque nazioni a parimerito. Oltre a Svizzera, Austria e Nigeria, ci sono il Brasile e l’Italia, con un budget previdenziale pari all’11,7 per cento del Prodotto interno lordo (Pil).
Ciò che sorprende è che in Italia la percentuale di abitanti con 64 o più anni di età sfiora il 25 per cento del totale. Mentre in Brasile rappresenta solo il 9, anche se è prevista in aumento nei prossimi anni. Il Brasile si avvia (lentamente, invero) verso quel calo demografico, con corrispondente aumento della popolazione anziana, tipico del paesi industrializzati. Ma per il momento la situazione appare spiegabile solo con le enormi falle create dalle negligenze, dagli errori e dagli sprechi dell’amministrazione.
Così come in Italia la sostanziale solidità dell’Inps (il cui saldo attivo, nel 2006, sfiora i 2,5 miliardi di euro) è inficiata dalla dispersione dell’avanzo in mille rivoli assistenzialistici. Anche e soprattutto a favore della grande industria, che con la cassa integrazione si mantiene da decenni. Ma questa è un’altra storia.
Lo scorso anno, il deficit del settore della previdenza sociale, in Brasile, è stato di 43 miliardi di real (circa 16 miliardi di euro), con un aumento dell’11 per cento rispetto al 2005. Con una certa approssimazione, significa che il monte dei contributi previdenziali raccolti dall’Instituto nacional do seguro social (Inss), proveniente dalle trattenute alla fonte sui salari della popolazione impiegata, non è stato nemmeno lontanamente sufficiente a pagare le pensioni di anzianità, d’invalidità, sociali e reversibili degli aventi diritto. Lo stato ha dovuto quindi sborsare una cifra aggiuntiva pari all’abnorme valore indicato. Circa il 58 per cento di questo valore è andato a ex-dipendenti del settore privato. Il 42 per cento a ex-funzionari pubblici.
Il Fórum nacional da previdência social, istituito a Brasília all’inizio dell’anno per studiare una riforma del settore, sta analizzando la possibilità di creare fondi pensione integrativi sul modello di quelli privati. Stabilito un tetto per il contributo da parte dello stato, il lavoratore andrebbe a finanziarsi la pensione nel corso della propria carriera lavorativa, investendo una parte dello stipendio nei fondi, come ormai succede nei principali sistemi economici. Che però a questa situazione sono arrivati da “grandi” e non da “piccoli”.
Ovviamente, in Brasile ciò comporterà turbolenze a livello sindacale, corporativo e politico. La prevedibile accusa per il governo federale sarà quella di voler togliere la pensione ai cittadini e di demandare ai lavoratori il compito di coprire proprie inefficienze, non assumendosene la responsabilità. Il che, in massima parte, è vero. Un po’ come da noi.
(A. Forni)

