«Riaprite gli archivi della dittatura»
Potrebbe aprire una breccia e fare luce sul periodo più buio del Brasile il convegno organizzato alcuni giorni fa presso la Cámara Municipal di San Paolo dal titolo “Diritto all’informazione e all’apertura degli archivi della dittatura militare”, fortemente voluto dal Movimento “Desarchivando Brasil” e dalle organizzazioni che si occupano dei diritti umani. La dittatura militare brasiliana (1964-1985) fu una delle più dure del continente, basta leggere le allucinanti pagine di “Battesimo di Sangue”, dove Frei Betto racconta la storia dell’opposizione dei domenicani alla dittatura.
Come in occasione della recente apertura degli archivi della Cia, che ha permesso alla rivista Latinoamerica di ricostruire, dati alla mano, i piani per destabilizzare l’America Latina, la desecretazione degli archivi della dittatura brasiliana “consoliderebbe lo stato di diritto e consentirebbe ai brasiliani di avere il pieno diritto di accesso al loro passato”, spiegano i familiari dei desaparecidos, appoggiati inoltre dall’Oab (l’Ordine degli Avvocati brasiliani) e da numerosi giornalisti riuniti nell’Abi (l’Associazione Brasiliana della Stampa).
La norma che istituì il segreto perpetuo sugli anni della dittatura militare si trova in un decreto approvato dall’allora presidente Cardoso nel dicembre 2002 e che Lula ha in pratica mantenuto: la legge n° 11.111 del dicembre 2004, che porta la sua firma, stabiliva infatti che l’accesso ai documenti segreti sarebbe durato altri 30 anni, ma con la proroga di un eventuale rinnovo che avrebbe dovuto essere deciso da una Commissione di Verifica e Analisi composta da sei ministri. La risposta del Movimento “Desarchivando Brasil” non si è fatta attendere: è stata lanciata una raccolta firme che riconosca l’incostituzionalità della legge n° 11.111 e che invita l’opinione pubblica a farsi carico di informare la popolazione promuovendo una discussione pubblica, popolare e trasparente.
Le pressioni sul governo sembrano aver avuto un certo effetto: alcuni giorni fa, in occasione del convegno “Amnistia e Diritti Umani”, è stato consegnato da parte di associazioni e persone amnistiate e non amnistiate un documento al ministro Paulo Vanucchi (titolare del dicastero afferente al Segretariato Speciale dei Diritti Umani) in cui si afferma che “la violazione del diritto alla verità e alla memoria produce in gran parte della società tolleranza e assuefazione a delitti gravi quali la corruzione, la violenza e la tortura, e la mancata apertura degli archivi ha ritardato il consolidamento della democrazia in Brasile impedendo il seppellimento politico del periodo della dittatura e la creazione di solidi anticorpi contro il golpismo e le tentazioni autoritarie”.
Lo stesso Vanucchi si è in un certo senso allineato al documento, prima lasciandosi sfuggire un’importante dichiarazione secondo cui le modalità di apertura degli archivi militari saranno comunicate a breve dalla ministra Dilma Rousseff, e poi contestando una certa opinione che cerca di farsi largo sostenendo che negli archivi non si trovano alcun tipo di nuove informazioni.
Se l’apertura del governo si confermasse veritiera, sarebbe un trionfo per i familiari dei desaparecidos, il Movimento “Desarchivando Brasil” e tutto il popolo brasiliano che ha diritto di sapere. L’unico motivo che finora ha indotto il governo a non sbilanciarsi più di tanto potrebbe essere ricercato nel tentativo di evitare il risorgere di nuove ferite e l’emergere di un nuovo, acuto, conflitto sociale: per le stesse ragioni la presidenta cilena Michelle Bachelet (lei stessa detenuta nel campo di tortura di Villa Grimaldi) è andata con i piedi di piombo su qualsiasi argomento attinente al golpe dell’11 Settembre 1973 per via dell’evidente polarizzazione di cui è ancora preda il suo paese. (David Lifodi)

