Ultimissime dal Brasile
Oggi non possiamo non rimandarvi alla lettura dell’ultimo articolo di Paolo Manzo pubblicato sul sito del settimanale Panorama. Trattaggia in sintesi, infatti, le ultime notizie che animano l’universo informativo brasiliano. Ma vado con ordine. Si parla innanzitutto della vittoria della Seleção nella finale della Coppa America, dei Giochi panamericani e dei fischi all’indirizzo del presidente della Repubblica durante la cerimonia d’apertura di codesta manifestazione.
Ma non é tutto, dato che non si trascurano altre due notizie che stanno facendo il giro dei network informativi del mondo intero. Mi riferisco innanzitutto all’inchiesta, o presunta tale, del quotidiano Folha de São Paulo, secondo cui i favelado brasiliani sarebbero dodici milioni anziché sei, come risulta invece dalle stime governative.
E inoltre si fa menzione d’un recente studio elaborato dal Fisco brasiliano e da un istituto specializzato, il The Boston Consulting Group: a stare ai sorprendenti risultati, che in cuor nostro speriamo inesatti, lo 0,7 per cento dei cittadini avrebbe a disposizione, udite udite, oltre la metá del pil brasiliano.
A seguire il succitato articolo di Manzo.
«Copa América, sorpresa Brazil. La festa è solo nelle favelas
La stampa brasiliana li aveva già dati per morti contro la “bellissima” e “favoritissima” Argentina. Del resto loro avevano superato solo ai rigori il “modesto” Uruguay in semifinale, mentre Messi e compagni avevano letteralmente abbattuto per tre a zero l’”emergente” Messico.
E poi, da quando venerdì scorso durante la cerimonia d’inaugurazione dei Giochi Panamericani gli spettatori presenti nello stadio Maracanã di Rio avevano più volte fischiato il presidente Luiz Inacio Lula da Silva, la stampa brasiliana ha posizionato la finale di Coppa America tra Brasile e Argentina nelle ultime pagine dello sport.
Molto più interessante per giornali come O Estado de Sao Paulo, notoriamente anti-Lula, dar risalto ai fischi al presidente, agli sprechi organizzativi di questa sorta di piccole Olimpiadi continentali e, magari, alla “sfida” tra la squadra di ginnastica femminile brasiliana e quella statunitense, piuttosto che concentrarsi sulla finale della Coppa America di calcio.
Anche perché per i palati fini della classe medio-alta brasiliana che quei giornali legge e che con tutta probabilità era tra i “fischiatori” del Maracanã, una nazionale senza Kaka, Ronaldinho Gaucho, Adriano e Ronaldão (come da queste parti chiamano Ronaldo, vuoi anche per la stazza), insomma una nazionale che se si toglie Robinho definire operaia è d’obbligo, non poteva vincere contro i “bellissimi” e “favoritissimi” argentini.
Com’è finita in Italia lo sappiamo tutti dall’una di questa mattina: ha vinto, anzi stravinto il Brasile, con un tre a zero che non lascia spazio per recriminazioni di sorta, neanche da parte di Olé, giornale argentino che sino a ieri prendeva in giro i brasiliani, facendo dell’ironia sul portiere romanista Doni, l’unico conosciuto oltre al già citato Robinho, consacratosi capocannoniere del Torneo.
E che oggi, invece, celebra con una lacrima sul viso, anzi sul titolo, l’umiliante sconfitta, paragonandola all’ingloriosa eliminazione dal mondiale del 2002. Se in Argentina, almeno a guardare i giornali, tutti erano pronti a riversarsi in strada in caso di vittoria contro i brasiliani, a San Paolo la classe medio-alta della città non ha neanche festeggiato.
Vuoi perché era assai più “cool”, fico, andare a seguire i Pan 2007 di Rio, magari le gare di vela, o di badminton o, a voler essere appena un filino meno snob, di volley femminile. Vuoi perché “la Copa América di calcio non è come il mondiale”, mi spiega un messieur de Lapalisse che incrocio all’uscita dello Sporting Club Pinheiros il quale aggiunge: “inoltre, sa, il nostro club ha mandato 68 tra atleti e tecnici a Rio, per il Pan 2007.
Vuol mettere?”. Vorrei tanto fargli capire che, dal momento che l’ultimo mondiale non lo hanno vinto, non sarebbe neanche male “ripiegare” sulla Copa América, l’equivalente del nostro Europeo, e che forse il calcio nell’immaginario collettivo del brasiliano di classe medio-bassa è più “accessibile” del nuoto sincronizzato, ma non c’è verso.
Capisco che se voglio avere una speranza di incrociare qualche festeggiamento “brasileiro” forse è meglio lasciare il quartiere residenziale di Itaim Bibi. Del resto ieri sono stati resi noti un paio di dati contrastanti che qualcosa vorranno pur dire: da un lato i residenti nelle favelas che superano per la prima volta i 12 milioni, dall’altro 130mila multi-miliardari, pari allo 0,7 per cento della popolazione del Paese, che concentrano nelle loro mani oltre la metà del Pil del Brasile.
A ogni tasca il suo sport e sicuramente a Heliopolis, la più grande favela di San Paolo, il clima è differente. Qui, infatti, nel Mec Favela della via principale (sorta di Mac Donald’s a prezzi accessibili per i residenti) incontro una torcida simile a quella che ha invaso gli spalti dello stadio di Maracaibo, stato di Zulia, repubblica bolivariana de Venezuela.
E proprio mentre i ragazzi che pullulano il Mec Favela iniziano a cantare “sono orgoglioso di essere brasiliano” e iniziano a esplodere un po’ di fuochi artificiali, l’allenatore della Selecão, l’ex viola Dunga, lancia un toccante messaggio di dedica della vittoria “ai bambini poveri di Sudafrica, Rwanda, Palestina, Israele, Brasile e di tutto il mondo”.
Intanto un reportage della Uol rassicura i romantici amanti del calcio samba che, almeno a Rio, la gente non è “completamente impazzita” come il signore dell’elitario Club Pinheiro e racconta che nel nuovo palazzetto di Riocentro c’erano più persone a seguire Brasile Argentina davanti a una tv posizionata in sala stampa che sugli spalti per le finali di sollevamento pesi…».
(Francesco Giappichini).

