Da Bari verso l’incubo
L’articolo che oggi vi proponiamo, pubblicato sul Tgcom, tratta del caso dei sei italiani detenuti in Brasile in condizioni disumane, che hanno da pochi giorni dato inizio allo sciopero della fame. I particolari li lasciamo volentieri al servizio della testata del gruppo Mediaset, mentre a noi interessa soprattutto, oltre richiamare l’attenzione su un caso umano, sottolineare alcuni aspetti che possono rimanere – nel bailamme mediatico – assolutamente trascurati.
Ma andiamo con ordine. A Natal i sei stavano gestendo (oltre ad alcuni pub) un tipico night club all’europea, l’allora notissimo Ilha da fantasia, che avevano rilevato pochi mesi prima dell’arresto, ma che era operante da molto tempo. Un locale criticabile sotto il profilo morale quanto si vuole, ma non si trattava comunque di sfruttamento di ragazzine poverissime di qualche favela, come forse qualcuno in Italia potrebbe immaginare.
(Non era neppure il tipico locale affollato da “turisti in vacanza di piacere” appena scesi dai charter e ragazze locali. Le boate di questo tipo a Natal, all’epoca dei fatti, erano il Cucaracha ed il Mambo). Si trattava, val la pena ripeterlo, di un night club operante secondo i criteri dei tipici night club italiani, che come i nostri lettori sanno sono sparsi in ogni angolo del Belpaese.
Vi affluiva una clientela essenzialmente brasiliana (di alto livello), anche se ovviamente vi compariva qualche straniero, e le statuarie fanciulle erano professioniste provenienti da ogni angolo del Paese verdeoro. Si cercavano ragazze? Era appunto un night club, cosa si dovevano cercare, forse pomodori?
Oltre tutto, come noto, in locali di questo tipo il personale ruota molto vorticosamente. E chiaramente qualche dançarina avrá certo voluto usare il night degli italiani come rampa di lancio per espatriare. Potremmo a questo punto chiederci se ogni night club, ovunque si trovi, configuri per i gestori il reato di favoreggiamento della prostituzione.
Forse la risposta é positiva, ci pare peró gravemente iniquo che si sia dato inizio a questo nuovo corso fatto di assoluta rigiditá interpretativa proprio con gli italiani di Natal; considerando appunto che nell’intero Paese continua tranquillamente ad operare un’infinitá di locali di varia natura ove si celebra l’incontro tra clienti e garota de programa.
Assolutamente controverso il loro sbandierato legame con la Sacra corona unita: se per la Direzione investigativa antimafia detto legame esiste, il casellario della Procura di Bari é senz’altro piú reticente. (In Brasile comunque della Scu debbono averci capito ben poco, se sullo Wikipedia brasilano, a codesta voce, appare il pezzo di cronaca con l’arresto dei sei).
E in ogni caso stiamo parlando solo di alcuni dei coinvolti, dato che altri hanno la fedina penale assolutamente immacolata. Riciclaggio? Probabilmente sí, sebbene si tratterebbe di denari frutto di attivitá criminali commesse in Italia, e non in Brasile. Personalmente ritengo che secoli di carcere e la distruzione di sei famiglie rappresentino un obbrorio etico e giuridico e al contempo un atto manifestamente politico: magari per sgomberare il terreno all’elite locale del mattone, oppure per ancor piú prosaiche ragioni di carrierismo.
Si badi bene: uno degli accusati é stato condannato a cinquantasei anni in un Paese ove sono quasi tutti liberi i responsabili dei piú recenti massacri. Da Eldorado dos Carajás a Carandiru, dalla «Candelária» alla strage della Baixada Fluminense. Giova anche aggiungere che uno dei due fazendeiro accusati dell’omicidio della missionaria Dorothy Stang é liberissimo, in attesa di giudizio.
E di fronte a codesta mostruositá non ci resta che sperare in un atteggiamento, se non corretto almeno dignitoso, delle nostre autoritá diplomatiche e consolari. Autoritá inizialmente intimorite dalla risonanza data al risvolto sessuale della vicenda, quando invece si era semmai dinnanzi, eventualmente, ad un contesto di reati economici.
Del resto é pratica comune – e non solo in Brasile – quella di sollevare il polverone dando risalto agli infamanti delitti sessuali, al fine di irretire gli accusati o le piú varie entitá di controllo. Il Parlamento italiano la sua piccola parte l’ha fatta, dato che i deputati Massimo Donadi e Antonio Borghesi dell’Italia dei valori hanno chiesto chiarimenti in questo senso al Governo.
Una via praticabile dovrebbe consistere nella minaccia della denuncia o recesso dal trattato di estradizione Italia-Brasile del 1989: non si capisce come si possa collaborare sotto il profilo giudiziario con un Paese ove si infliggono a una persona cinquantasei anni di reclusione (con annesse rogna e tubercolosi) non per reati di sangue, ma per fatti che in Italia sarebbero puniti, al massimo, con una denuncia a piede libero.
«Detenuti italiani in sciopero fame
Brasile, contro condizioni “disumane”. Tre detenuti italiani hanno iniziato uno sciopero della fame in Brasile, nel complesso penale di Raimundo Nonato. Insieme ad altri tre connazionali erano stati arrestati nel novembre 2005 e condannati nell’agosto 2006 a pene comprese tra i 56 anni e i 7 anni di reclusione per traffico internazionale di donne, riciclaggio di danaro e prostituzione.
La loro denuncia riguarda le condizioni “disumane” in cui si trovano. I detenuti che hanno cominciato lo sciopero della fame sono Salvatore Borrelli, napoletano di 48 anni, Giuseppe Ammirabile, 43enne di Mola di Bari (Bari), e Simone De Rossi, di 31 anni, originario di Venezia.
Gli altri tre detenuti sono Paolo Quaranta, di 56 anni, Vito Francesco Ferrante, di 43, e Paolo Balzano, di 47, tutti di Mola di Bari, non hanno finora avviato manifestazioni di protesta. Un’indagine della commissione interamericana per i diritti dell’uomo è stata avviata dopo il ricorso presentato nei mesi scorsi dall’avvocato Mario Russo Frattasi, che ha inoltrato a Washington le lamentele relative allo stato in cui sono detenuti i sei italiani.
Il penalista ha chiesto alla commissione di accertare la violazione della Convenzione americana e di condannare il Brasile per il mancato rispetto ”delle più elementari condizioni di vita dei detenuti” e ”dei principi dell’equo processo”. Nel ricorso si denuncia che i sei vivevano (fino al 4 aprile scorso, quando sono stati divisi e trasferiti in diversi penitenziari) in condizioni ”disumane” in una cella nel carcere di Raimundo Nonato.
La cella - secondo il penalista - era idonea ad ospitare un solo detenuto, all’interno non vi erano letti e nemmeno una parte del tetto; inoltre i detenuti non usufruivano delle ore d’aria e, a causa delle cattive condizioni igieniche, hanno contratto la tubercolosi e la scabbia.
Dopo il trasferimento in altre strutture la condizione dei sei detenuti è peggiorata».
(Francesco Giappichini).

