Il suo Brasile è in Italia

Il Brasile e l’Italia di cui parliamo sono quelli di Donieber Alexander Marangon, “in arte” Doni (nella foto, una caricatura tratta da Corederoma.net), ventisettenne portiere brasiliano della Roma che, con i connazionali Mancini e Taddei stasera affronta all’Olimpico il Milan di Ronaldo, Kaká, Dida e Cafu, in uno dei tanti derby verdeoro costantemente proposti dal nostro campionato di calcio di serie A.
Nato a Jundiaí, terra di calzaturifici nell’interno dello Stato di São Paulo, ex-Corinthians ed ex-Botafogo, in alcuni almanacchi del calcio italiani il suo cognome è riportato come “Marangão”, forse in uno slancio di brasilianità, un po’ alla “Barbiere di Rio”, da parte di qualche redattore. Nella breve intervista che vi proponiamo, apparsa ieri su “La Gazzetta dello Sport“, il goleiro giallorosso (che ha esordito un anno e mezzo fa in un Roma-Lazio, cioè un derby vero) non dimostra particolare saudade, a differenza di alcuni suoi colleghi brasiliani che giocano in Italia.
Qui di seguito il testo:
- Doni aspetta Ronaldo e Kakà: «Il Brasile? Meglio vivere qui»
«Nel mio Paese c’è l’incubo dei sequestri e io ho colto l’occasione per andarmene. Che fortuna avere una nonna di Mantova, ma ho dovuto cambiare mentalità e stile». Un antenato di nome Marangon di cui si sono perse le tracce: solo questo sconvolge Alexander Donieber, portiere della Roma, mister tranquillità. «Siamo riusciti a sapere solo che veniva dal Veneto. Altro, non so. Però avevo una nonna di Mantova e il passaporto italiano l’ho ottenuto grazie a lei. È stato la mia fortuna». Già, nel Sudamerica funziona così. «Ci sono migliaia di osservatori in giro. Si presentano dai giocatori e la prima domanda che fanno è: “hai un passaporto comunitario?”. Se rispondi sì, allora le cose si mettono bene, diventa più facile trovare un ingaggio».
Fuga dal Brasile. «Amo il mio Paese, ma viverci è dura. Da qualche anno, c’è l’incubo dei sequestri. Io sono un uomo tranquillo che vuole vivere tranquillo. Ho portato a Roma tutta la famiglia, anche i miei genitori». Sbarca a Roma e che cosa succede? «Accade che per un paio di mesi vivo in una specie di dimensione onirica. Non parlo italiano, non conosco l’Europa, a parte un viaggio con il Corinthians per giocare un’amichevole a Mosca. Non solo: arrivo a Roma e scopro che il calcio in Europa funziona in modo diverso. Gli allenamenti sono simulazioni di partite. In Brasile, invece, l’allenamento è molto più leggero. Poi mi accorgo che anche la tecnica è diversa. Faccio un esempio: in Brasile blocchiamo il pallone in un modo, mentre a Roma scopro che la posizione delle mani è diversa. E non è finita. In Brasile i campi sono secchi e l’erba è alta. In Italia, campo sempre bagnato ed erba rasata. Che c’entra? C’entra: il pallone schizza sul prato e arriva in porta ad una velocità maggiore».
La classifica personale di Doni? «Mi limito agli italiani: Buffon e Peruzzi sono nettamente i più bravi». Gli italiani sono ancora i migliori in assoluto? «No. Nell’Inter gioca Julio Cesar, nel Milan Dida, nella Roma Doni e nella Fiorentina Frey». Solo Dunga non si accorge di Doni. «Pensavo che stavolta per le due amichevoli in Svezia mi avrebbe chiamato. Invece ha convocato il terzo portiere del Cruzeiro. Ho parlato con mia moglie Camila e le ho detto: me ne farò una ragione, da oggi penserò solo alla Roma». -
(A. Forni)

