Il Brasile é razzista? A suo modo…

Cari amici di Brasiliando, questa volta vogliamo darvi i piú classici “consigli per gli acquisti”. Perdonatecelo, ma vi invitiamo a comprare e leggere il saggio Razzismo, meticciato, democrazia razziale di Valeria Ribeiro Corossacz, recentemente uscito per Rubbettino Editore. Nonostante dal titolo non traspaia, si affronta il fenomeno del razzismo… in Brasile.
Si affronta e si nega lo stereotipo, il mito, secondo cui in Brasile il razzismo non c’é né c’é mai stato. Si riportano le doverose statistiche, se ne osservano le radici storiche. Certo, chi conosce il Brasile lo sa che le discriminazioni ancora esistono, seppur in forma diversa rispetto all’Europa; epperó riteniamo questo un libro che non puó mancare nella biblioteca del “brasiliofilo”. Se non altro perché si parla dell’interessante fenomeno del branqueamento, e si fa notare che nel Paese del samba non esistono “bianchi” e “neri”, ma la percezione dei colori è soggettiva, sviluppandosi in un continuum cromatico fatto d’infinite sfumature. Vi rimando comunque al portale Lettera 22 e all’ottima recensione di Gabriele Carchella intitolata Brasile, il razzismo che non si vede. Buona lettura!
«Pochi paesi sono vittime di facili cliché come il Brasile. Le immagini che rimbalzano in Europa riflettono l’ostinato stereotipo di una terra povera ma felice, in cui un ricco mosaico di razze vive in armonia. E’ il mito della “democrazia razziale” brasiliana, uno dei pilastri sul quale si è sviluppata la coscienza nazionale. Ma anche i miti devono fare i conti con la realtà.
Le statistiche ufficiali dipingono infatti uno scenario di disuguaglianza scoraggiante. Per averne un’idea, basta un dato: sebbene i “non bianchi” siano il 45% della popolazione totale, il 97% degli studenti universitari brasiliani sono di pelle chiara. E’ solo disuguaglianza o c’è qualcosa di più? Il saggio “Razzismo, meticciato, democrazia razziale” (Ed. Rubbettino, pp.136, 8 euro) dell’antropologa Valeria Ribeiro Corossacz ripercorre oltre un secolo di storia brasiliana, smontando l’immagine di paradiso razziale del paese, costruita con cura nel corso dei decenni dall’èlite dominante.
E rivela, grazie a un’attenta analisi, come la questione razziale sia stata al centro delle politiche pubbliche a partire dall’abolizione della schiavitù nel lontano 1888. Il pensiero razzista, scrive la Ribeiro, emerge in Brasile proprio con la fine della schiavitù. Negli ultimi anni dell’Ottocento, prendono piede nel nuovo mondo le teorie frutto del darwinismo sociale e del determinismo biologico.
La classe al potere sposa presto le nuove idee, funzionali al disegno di una società basata sul progetto del branqueamento, ovvero sullo “sbiancamento” della popolazione. L’assioma era crudo quanto semplice: poiché una nazione moderna non può essere formata in prevalenza da discendenti africani e da meticci, non resta che sbiancare la società attraverso le unioni tra maschi bianchi e donne nere.
La popolazione nera e meticcia, insomma, diventa un ostacolo per il progresso della nazione. La nuova visione si traduce in una politica dell’immigrazione che favorisce l’arrivo di persone di razza europea e proibisce l’entrata agli africani, oltre che a malati mentali, invalidi, zingari e anziani. Il paese chiude le porte a quegli stessi africani che un tempo i mercanti di schiavi avevano deportato a forza in Brasile.
Per uno strano paradosso, è proprio con la politica del branqueamento che comincia ad affermarsi una visione positiva del meticciato, condannato in Europa come una degenerazione, ma visto in Brasile come transizione necessaria verso una società più bianca. Nei primi decenni del XX secolo, la questione razziale subisce una svolta grazie all’opera di alcuni autori che valorizzano l’eredità culturale di africani e indigeni, negando la loro inferiorità.
Su tutti spicca Gilberto Freyre, che nel 1933 pubblica “Padroni e schiavi”. La miscigenação, o mescolanza tra razze e culture, è per Freyre il valore fondante della brasilianità. Alla sua base vi sono le relazioni sessuali tra padrone-bianco e schiava-nera, che nell’ambiente protetto della casa-grande (la dimora padronale) e della senzala (baracca dello schiavo) avevano rapporti definiti dall’autore umani e familiari.
Pur con i suoi limiti, l’opera di Freyre rimane un passaggio fondamentale, così come il progetto Unesco, che tra il 1951 e il 1952 promuove in Brasile una serie di ricerche sulle relazioni razziali. Gli studi dell’Unesco riconoscono il “carattere mistificatorio che aveva la democrazia razziale nel definire la situazione nei rapporti tra bianchi e neri in Brasile”.
Bisognerà però attendere l’evoluzione delle statistiche ufficiali, negli anni Ottanta e Novanta, per disporre di una prova tangibile dell’esistenza del razzismo. Sono questi gli anni in cui si rafforzano i movimenti neri e prendono piede le azioni positive per l’uguaglianza, come le discusse quote riservate ai neri nelle università. Infine, una nota positiva. Al di là delle discriminazioni, il Brasile mantiene una sua peculiarità: mentre nei paesi di cultura anglosassone si è bianchi o neri, nel paese sudamericano la percezione dei colori è del tutto soggettiva e si sviluppa lungo un continuum cromatico dalle infinite sfumature.
Un continuum in cui le differenze si diluiscono, riproponendo - attraverso la percezione degli stessi brasiliani - il mito della democrazia razziale».
(Francesco Giappichini).

