Tra memoria e finzione
La vita di Jean Charles de Menezes diventa un film. Il ventisettenne elettricista brasiliano fu assassinato il 22 luglio 2005 nella stazione della metropolitana londinese di Stockwell da un gruppo di teste di cuoio della polizia inglese, che lo aveva confuso con uno dei terroristi responsabili degli attentati sventati il giorno precedente.
Due settimane prima, il 7 luglio, una serie di attacchi dinamitardi in vari punti della rete dei trasporti pubblici di Londra aveva insanguinato la capitale, provocando 56 morti e oltre 700 feriti.
Il progetto della pellicola, scartato dalla Bbc, sarà realizzato da una casa di produzione britannica, la Mango Films, creata dal cineasta brasiliano Henrique Goldman. La sceneggiatura prenderà le mosse dal momento in cui Jean Charles torna a Londra dopo l’ultimo viaggio nel natio Paraná e accompagnerà la sua esistenza fino al tragico epilogo, avvenuto tre mesi dopo. Particolare attenzione sarà riservata alla descrizione dell’impatto avuto dall’evento, nelle settimane a seguire, sulla comunità brasiliana di Londra.
Il giovane venne freddato con una serie di colpi alla testa, sparati a bruciapelo, dopo essere stato inseguito e immobilizzato lungo la piattaforma di attesa dei convogli (nella foto, un particolare del memoriale a lui dedicato all’esterno della stazione). Nel luglio dello scorso anno la giustizia inglese ha deciso per il non luogo a procedere nei confronti degli agenti responsabili, suscitando le proteste e l’indignazione dell’opinione pubblica mondiale. La famiglia di Menezes potrebbe ricorrere in appello presso la Camera dei Lords, avvalendosi di una recente disposizione del Tribunale superiore di Londra.
Goldman, presentando il film, che avrà l’inglese Stephen Frears come produttore esecutivo, ha sottolineato che non si tratterà di un documentario di approfondimento politico. L’idea è presentare il lato umano del giovane e l’aspetto intimo del dolore che la sua scomparsa ha provocato in amici e parenti. «La società già conosce la parte pubblica dell’accaduto» - ha aggiunto il regista - «Non c’è bisogno di esprimere ulteriori giudizi sulle responsabilità, ognuno ha già ben chiaro il proprio. Cominceremo a girare tra qualche mese e, con un po’ di fortuna, saremo al Festival di Berlino il prossimo anno».
Proclami a parte, l’impressione è che si rischi di sprecare un’occasione. Riportare al centro dell’attenzione la vicenda avrebbe senso per cercare di capirne le ragioni e svelarne i numerosi retroscena, che indubbiamente esistono e che rischiano di venire dimenticati. Fare assumere alla vittima innocente di un dramma i connotati del protagonista di una storia romanzata e abbandonare il taglio documentaristico a favore di quello cinematografico, appare un’evidente forzatura.
Utile sarebbe provare a far luce su un brutto episodio della cronaca degli ultimi anni, frutto di tensioni internazionali esagerate o create ad arte e di oscuri intrecci a livello geopolitico. Se si deve scavare, si scavi nel torbido dei motivi che hanno causato la tragedia, non in sentimenti che dovrebbero restare privati. Disdicevole fare di Jean Charles l’eroe di una fiction. Sarebbe in questo caso preferibile lasciarlo riposare in pace.
(A. Forni)

