A Davos il Brasile non é piú di moda

Sembra passato un secolo dal gennaio 2003, quando il presidente brasiliano Lula veniva ricevuto al Forum economico di Davos con tutti gli onori e rappresentava comunque l’attrazione principale per le migliaia di partecipanti all’evento.
Il leader sudamericano dovrebbe intervenire venerdí prossimo, ma l’interesse dei media accorsi sulle Alpi svizzere sembra prossimo allo zero. E tuttavia ci pare che il fenomeno non riguardi solo Lula; che - detto per inciso - negli ultimi mesi viene trascurato anche dalla piú ruspante stampa latinoamericana, soprattutto a beneficio dei piú “fotogenici” ed imprevedibili Chávez e Morales.
No, questa volta ci sembra che siano l’America latina, ed in particolare il Brasile, ad essere trascurati. E lo si era intuito da giorni: non era infatti necessario frequentare le segrete stanze dei lussuosi hotel del centro sciistico elvetico per capire che sarebbero state le economie di Cina e India a catalizzare l’attenzione ed a porsi prepotentemente al centro del dibattito.
E la riprova si é avuta oggi, nella giornata d’apertura del Forum: si é parlato del Brasile solo grazie alla domanda di un giornalista brasiliano, che ha chiesto ovviamente - e non paia banale - della situazione economica del proprio Paese.
Il professor Nouriel Roubini, presidente della societá di consulenza Roubini Global Economics, ha risposto per il vero in modo molto diplomatico. Anzi, diremmo quasi scocciato, come se vi fossero argomenti ben piú importanti da affrontare: «Il Brasile deve aumentare il proprio potenziale di crescita attraverso maggiori investimenti»- ha esordito il professore, che ha aggiunto: «ma per far questo deve promuovere profonde riforme strutturali che migliorino il suo sistema tributario».
Punto. E poi tutti di nuovo a parlare della Cina e dell’India, e silenzio assoluto sul recentissimo programma “lulista” di accelerazione della crescita, che promuoverá investimenti pari a centottanta miliardi di euro. (Francesco Giappichini).

